Viviana Premazzi
Viviana Premazzi si occupa della relazione tra immigrati e nuove tecnologie, con particolare
attenzione alle seconde generazioni, ai giovani stranieri e alle loro associazioni, all'uso della rete per la creazione e al mantenimento di relazioni transnazionali e alla nascita di nuove forme virtuali di partecipazione politica. Dal 2008 è ricercatrice presso il Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull'Immigrazione (FIERI) di Torino e dal 2010 dottoranda in Sociologia presso la Graduate School in Social, Economic and Political Sciences dell'Università degli Studi di Milano.
Web site: http://www.fieri.it/viviana_premazzi.php
Twitter: @VivianaPremazzi
Website URL: http:// http://www.fieri.it/viviana_premazzi.php
Primavera Araba: dall'entusiasmo all'impegno, si può?
E' innegabile che la Primavera Araba abbia scatenato un nuovo entusiasmo e la riscoperta dei propri paesi di origine per tante prime e seconde generazioni in Italia: quante tesine di maturità sono state scritte sulla Primavera Araba? Quanti giovani hanno cambiato i loro progetti di studio e di lavoro? Quanti adulti hanno pensato che nuove possibilità, di ritorno e di business, si stavano aprendo?
E' anche innegabile che, ogni anno, sotto forma di rimesse, molti soldi attraversano il Mediterraneo troppo spesso destinati a comprare case che rimangono sfitte in attesa di un ritorno sempre decantato, ma raramente realizzato.
L'Organizzazione Mondiale per le Migrazioni si pone ora l'obiettivo di intercettare questo entusiasmo e provare a indirizzarlo allo sviluppo di occupazione e al sostegno di progetti imprenditoriali nei paesi di origine (in questa fase il progetto pilota si rivolge principalmente a Egitto, Tunisia, Marocco e Libano e poi si allargherà a tutti i paesi del Medio Oriente e Nord Africa).
L'obiettivo finale del progetto è lo sviluppo di una piattaforma online che permetta di mettere in rete le due sponde del Mediterraneo e di realizzare microprestiti, donazioni o anche solo scambio di consulenze e servizi tra le diaspore e gli imprenditori (o i futuri imprenditori) nei paesi di origine.
L'unico modo però per evitare di creare l'ennesimo strumento online che resti inutilizzato è quello di coinvolgere fin dall'inizio i potenziali utilizzatori del progetto.
Come? Innanzitutto con un questionario online (anonimo) attraverso cui dire la propria e che trovate a questo link.
chi poi fosse interessato a saperne di più sul progetto e a partecipare a momenti di discussione che verranno realizzati a Torino e Milano può scrivermi direttamente a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .
Si può passare dall'entusiasmo all'impegno? A voi la risposta.
Transmediterranei. Egiziani a Torino
Articolo pubblicato sulla rivista Amico
Il Forum Internazionale ed Europeo di Ricerche sull'Immigrazione (Fieri) di Torino ha da poco concluso una ricerca dal titolo evocativo Transmediterranei. Le collettività di origine nordafricana in Piemonte. Il progetto aveva l'obiettivo di aggiornare la fotografia di due comunità, tra le più “storiche” e radicate in Italia, quelle Egiziana e Marocchina, ed evidenziare i cambiamenti intervenuti nelle percezioni, nei comportamenti e nelle pratiche della diaspora in seguito agli eventi della primavera araba.
LA COMUNITA' EGIZIANA
La caduta di Mubarak ha portato molti egiziani di prima e seconda generazione a riscoprire il proprio orgoglio nazionale, e a cercare nuovi modi di “fare” comunità (fino ad allora la comunità egiziana era conosciuta negli studi sulle migrazioni come “non comunità”), spingendoli a creare associazioni che potessero essere ponte tra l'Italia e il nuovo Egitto in cui credevano di poter avere un ruolo attivo.
I gruppi sul social network Facebook, creati dalle seconde generazioni egiziane e sviluppatisi massicciamente durante e dopo la primavera araba, hanno alimentato il rinnovato orgoglioso di essere egiziani e facilitato la partecipazione emotiva, ma a tratti anche fisica, attraverso cortei e manifestazioni come quella realizzata davanti al Consolato egiziano di Milano, a ciò che accadeva nel paese di origine.
Ora le seconde generazioni si trovano ad affrontare il difficile passaggio dall'online all'offline che richiede energie e competenze diverse e non solo coinvolgimento emotivo e virtuale. Il nuovo orgoglio e l'entusiasmo che ha fatto seguito alla primavera araba si è tradotto anche in progetti imprenditoriali e in nuovi percorsi di studio e lavoro per alcune seconde generazioni orientate verso professioni e business transnazionali tra l'Italia e l'Egitto.
Ciò che sta avvenendo è estremamente interessante perchè le relazioni tra la diaspora egiziana e il nuovo Egitto sono ancora tutte da costruire, ma per la prima volta tra i giovani intervistati dalla ricerca si assiste ad un modo consapevole di essere “tra” i due paesi, non più costretti a scegliere l'Italia perchè abbandonati dal paese di origine dei propri genitori o a sognare l'Egitto perchè rifiutati dal paese in cui sono nati e cresciuti (l'Italia), ma la possibilità di scegliere veramente e di “stare tra”, orgogliosi delle proprie origini, ma sentendosi comunque parte della società italiana.
Futuro, dove?
di Viviana Premazzi e Matteo Scali
«Nel mezzo delle difficoltà nascono le opportunità»
- A. Einstein -
La parola “crisi” in cinese (Wēijī) contiene due caratteri: il primo significa “pericolo”, il secondo “opportunità” e questo connubio presuppone spesso ad un cambiamento.
A molti sarà certamente capitato di sentire, magari in qualche discorso motivazionale, questa affascinante combinazione di significati. Su di essa, tuttavia, pesano i dubbi di molti linguisti propensi a considerarla una colorita pseudoetimologia. Se guardiamo più vicino a noi, dal greco κρίσις (decisione) deriva il nostro temine moderno “crisi”.
Al di là di dubbi e certezze dei linguisti i dati di realtà ci consegnano un contesto, quello delle società europee alle prese con il tunnel della crisi economica, in profondo cambiamento. Tutti abbiamo letto e ascoltato anche con un certo timore relativo al nostro futuro, le notizie che, nell'ultimo anno, si sono avvicendate dalla Grecia. La crisi economica greca, oltre ad aver mutato radicalmente la società del paese, ha posto di fronte ad un interrogativo impellente quelle categorie di persone che improvvisamente vedevano dissolversi i loro progetti di vita: dove sarà il mio futuro?
Il tema è di estrema attualità e comincia ad essere indagato anche in Italia attraverso ricerche che riguardano però prevalentemente la propensione alla mobilità di studenti e lavoratori italiani e nella maggior parte dei casi con un capitale culturale elevato, la cosiddetta fuga dei cervelli.
Partendo dal contesto italiano, certamente diverso da quello greco, FIERI inizia quest'anno un progetto di ricerca che intende sondare dove si collochino le prospettive di futuro dei giovani che vivono in Italia (italiani e stranieri) dal titolo emblematico Futuro, dove?
Il progetto che ha da poco un sito internet e una pagina Facebook (che vi invitiamo a visitare e condividere) intende sviluppare un confronto fra giovani di origine straniera e giovani di origine italiana rispetto ai temi della mobilità e del radicamento. Uno degli obiettivi principali consiste proprio nel verificare se la variabile-chiave nella propensione a pensare il proprio futuro “in movimento” sia il background migratorio personale o famigliare piuttosto che la comune appartenenza generazionale e le opportunità contingenti.
Comprendere la propensione alla mobilità delle generazioni che si affacciano al mercato del lavoro e al sistema universitario europeo vuol dire comprendere alcuni dei mutamenti che stanno interessando le società contemporanee. E significa, contemporaneamente, provare ad immaginare quale grado di dinamicità avranno le società di domani.
Immigrati? Per la campagna elettorale non esistono
3 premesse per cominciare: 1) questo è un post di pancia quindi generalista e forse anche scontato, ma lo dovevo scrivere; 2) ho sempre odiato i dibattiti politici; 3) a New York nel 2007 durante lo stage alla Rappresentanza Italiana all'ONU ho deciso che forse fare il segretario generale delle Nazioni unite era un progetto troppo ambizioso e che il mio lavoro ideale sarebbe stato fare la consulente politica. Precisazione necessaria: i diplomatici italiani della Rappresentanza non disponevano di nessun consulente politico. Inglesi, francesi, tedeschi, per citare “alcuni” europei, ovviamente, sì. Questa sera al dibattito organizzato dall'ASGI (Associazione Studi Giuridici sull'Immigrazione) a Torino con i rappresentati dei partiti sul tema dell'immigrazione ho avuto non solo la conferma che continuo a odiare i dibattiti politici, ma anche l'amara constatazione che non potrò mai fare la consulente politica. E non tanto perchè non sia in grado (questo potrebbe anche essere, ma non è la scoperta di questa sera), ma perchè l'atteggiamento diffuso tra i politici italiani è quello di credere di sapere tutto, soprattutto senza ascoltare nessuno. Mi spiego meglio (e sì è una riflessione di pancia e sì - ma poi neanche più di tanto, purtroppo - i candidati non sono tutti uguali): l'Asgi aveva invitato rappresentanti dei diversi partiti a discutere pubblicamente il tema dell'immigrazione. Asgi aveva anche, nel corso degli ultimi mesi, predisposto un documento, di 10 punti, ampiamente fatto circolare, che l'associazione riteneva prioritari nella riforma della legislazione sull'immigrazione da parte del futuro governo. Ecco, la cosa sconvolgente è che probabilmente il 90% del pubblico in sala, fatto da immigrati, da cittadini di origine straniera, da membri di associazioni e centri di ricerca che si occupano di immigrazione, aveva letto i 10 punti e spesso anche contribuito alla loro definizione, al contrario i politici non lo hanno ritenuto fondamentale. Cioè, nel partecipare a un incontro sull'immigrazione in cui si sarebbero discussi i 10 punti, non li hanno letti!!! E chi li ha letti, a mio parere, non ha ritenuto educato (innanzitutto), rispettoso e, anche, utile, discutere i 10 punti, ma ha preferito fare un comizio sulla posizione del proprio partito sul tema dell'immigrazione, quando questa c'era. Perchè ci sono anche programmi elettorali (che cercherò di analizzare nel dettaglio nei prossimi giorni) che contengono solo genericissimi riferimenti all'immigrazione. Quindi non solo dei candidati non hanno letto i 10 punti per prepararsi a un incontro pubblico sull'immigrazione in cui avrebbero dovuto discuterli, ma neanche hanno, nel loro programma, previsto dei seri riferimenti alla questione. Ma forse la risposta al perchè di questa situazione è molto semplice e ce l'ha mostrata Obama con il voto latino alle recenti elezioni americane (che FIERi ha analizzato) in cui per la prima volta in una democrazia occidentale il tema dell'immigrazione è stato usato come motore elettorale e un’elezione così importante è stata vinta aprendosi, e non chiudendosi all’immigrazione, valorizzandola e non denigrandola, trattandola come la realtà degli Stati Uniti oggi e non come un'emergenza o un problema di sicurezza. Questo non è quello che invece stiamo vedendo in Italia con queste elezioni per una questione molto semplice, riassunta con estrema lucidità da una partecipante all'incontro di questa sera: “Poiché in Italia gli immigrati non votano, per la campagna elettorale non esistono”. L'ho presa un po' alla lontana e continuerò a lavorare con passione a FIERI perchè, nonostante tutto, mi sembra ancora di fare la mia parte e sono fiduciosa che prima o poi qualcuno ascolterà chi ne sa piuttosto che parlare (troppo spesso gridare) ciò che non sa e perchè quando parliamo di accesso alla cittadinanza, di seconde generazioni, di voto amministrativo, di restituzione dei contributi non stiamo più parlando di immigrazione, ormai, stiamo parlando della società italiana, di oggi e di domani, che lo vogliamo o no. E questa è l'unica realtà con cui dovremo fare i conti.
Non è un paese per giovani, ne italiani ne stranieri
E’ vero che la questione del voto agli Erasmus non è l’unica degna di attenzione in questa campagna elettorale e che ha avuto successo solo perché i media mainstream hanno ripreso e amplificato le rivendicazioni nate sui social network, ma è interessante considerarla per tutta la sua forza e la valenza simbolica.
Sono una ex studentessa Erasmus, che deve molte delle sue scelte future a quella prima, lunga esperienza di studio e vita lontano da casa.
Nel 2010 insieme ad alcuni amici ex Erasmus ho scritto un libro, edito per Franco Angeli, dal titolo Generazione Erasmus. L’Italia dalle nuove idee. Volevamo dare il nostro contributo, ognuno da professionista (più o meno affermato) nel proprio settore, nel ripensare alcuni temi strategici, ma anche difficili, per la politica italiana e volevamo farlo partendo da quello che l’esperienza Erasmus ci aveva dato: un modo diverso di pensare, un modo diverso di porci rispetto all’Europa e al mondo, un modo diverso di porci rispetto allo straniero. Dal libro abbiamo creato poi un’associazione, diventata qualche mese fa Fondazione (garagErasmus) con l’obiettivo di radunare tutti gli ex Erasmus, un patrimonio importantissimo e fondamentale per lo sviluppo dell’Italia e dell’Europa di oggi e di domani.
Perché dunque l’esclusione degli Erasmus dal voto all’estero ci appare di grande importanza simbolica? Perché i giovani sono stati ancora una volta esclusi dalle considerazioni dei politici, perché un investimento di studio all’estero è stato considerato una vacanza e i giovani sono stati ancora una volta considerati giovani prima che cittadini. Ecco perché come Fondazione abbiamo deciso innanzitutto di aderire (con un simbolico like, ovviamente) alla pagina Facebook “Studenti italiani che non potranno votare alle prossime elezioni” e poi, dopo il voto negativo del Consiglio dei Ministri al voto dall'estero per gli studenti Erasmus, abbiamo, con l’aiuto di alcuni sponsor, attraverso la campagna #erasmusvote, deciso di assegnare ad alcuni studenti, sorteggiati tra tutti coloro che ne hanno fatto richiesta entro il 10 di febbraio, un contributo viaggio pari a 100 euro cadauno. Un piccolo segno, ma un grande sostegno, a delle persone, ma soprattutto a un'idea, quella di un'Italia più grande, di un'Italia aperta all'Europa e al mondo.
Nelle scorse settimane sono stata intervistata due volte su questa questione sia da Tutta la città ne Parla di Radio 3 sia da Radio Beckwith ed entrambe le volte, per il mio lavoro di ricercatrice a FIERI, non ho potuto non fare riferimento al fatto che gli Erasmus non fossero le uniche persone escluse dal voto (anche perché escluse realmente non lo sono, la questione è che rimane a loro carico il rientro in Italia per riuscire a votare). Una categoria che, invece, continuerà ad essere esclusa dal voto sono però i tanti giovani nati in Italia o arrivati da piccoli, che hanno frequentato le scuole in Italia, parlano perfettamente l’italiano e spesso hanno visto il paese dei loro genitori solo nelle vacanze. Questi ragazzi e giovani per una legge sulla cittadinanza che risale al 1992, per scelte politiche che hanno privilegiato altre categorie di persone, per i tempi lunghissimi nell'ottenimento della cittadinanza e altre discrezionalità del sistema, pur essendo pienamente cittadini “di fatto”, non potranno votare “di diritto”. Questi giovani a cui chiediamo in continuazione doveri, ma siamo troppo restii a concedere diritti. Questi giovani a cui continuamente poniamo l’aut aut tra due culture come se le culture potessero essere blocchi monolitici a cui aderire totalmente o da cui essere totalmente plasmati, questi giovani che oggi i politici cercano di adulare con promesse elettorali di “riforma come priorità”, ma che troppo spesso alla prova dei fatti si sono tirati indietro.
Dobbiamo davvero ammettere che l’Italia non è un paese per giovani, ne italiani ne stranieri, che l’unica soluzione sia la fuga all’estero? Dobbiamo dire agli Erasmus di non tornare per votare, ma di cercare, anzi, in tutti i modi di rimanere dove sono? Io, ancora, nonostante tutto, spero di no, purtroppo non per la politica (e da laureata in scienze politiche ammettere la mia antipolitica è una delle cose più dolorose che mi sia capitata negli ultimi anni), ma per la capacità di credere ancora e di mobiliarsi che, nonostante tutto, conserva la società italiana, fatta di tanti giovani, dentro e fuori dai confini nazionali.
"Transmediterranei", più che musulmani
Ecco la risposta che, come FIERI, abbiamo dato all'inchiesta pubblicata venerdì 25 gennaio su Repubblica dal titolo "Il Belpaese dei Fratelli Musulmani".
Dopo anni di disattenzione verso il Mediterraneo e le sue comunità emigrate, gli sconvolgimenti portati dalla Primavera Araba e la transizione politica in atto nei paesi del Nord Africa hanno riacceso i riflettori su quest'area e sulle sue collettività all'estero. Come reagiscono queste ultime agli eventi nei paesi d’origine? E nello specifico, quali le posizioni politiche e gli orientamenti religiosi degli egiziani in Italia, che gli eventi della rivoluzione e dell’elezione del presidente Morsi hanno rimesso sotto i riflettori? Il tema è complesso e rispondere è delicato, poiché – come avviene in ogni diaspora – l’evento migratorio e il nuovo contesto di inserimento, con le sue politiche di accoglienza e integrazione, possono contribuire a modificare le relazioni con il paese d’origine. Inoltre, come anticipato, mancano ricerche aggiornate non solo sugli egiziani, ma sull'islam in Italia, che possano offrire utili elementi di contesto.
FIERI si occupa da alcuni anni di questi temi. Già nel marzo 2011, abbiamo messo in evidenza il ruolo di attori transnazionali che le diaspore avrebbero potuto avere nei nuovi scenari mediterranei, abbiamo poi approfondito la nostra analisi sulla diaspora egiziana in uno studio realizzato per l'Organizzazione Mondiale delle Migrazioni e la Lega degli Stati Arabi e ci apprestiamo a pubblicare il rapporto finale della ricerca “Transmediterranei” sulle comunità egiziana e marocchina residenti a Torino.
“Transmediterranei”: il neologismo vuole evocare come le identità e i percorsi di vita siano difficilmente riconducibili ad una sola etichetta. Con questo studio abbiamo voluto aggiornare la fotografia di due comunità, tra le più “storiche” in Italia, ma da tempo un po’ eclissate dalla grande attenzione comprensibilmente rivolta alle nuove e imponenti migrazioni intra-europee. Con questo lavoro, abbiamo cercato di evidenziare i cambiamenti intervenuti nelle percezioni, nei comportamenti e nelle pratiche della diaspora in seguito agli eventi della Primavera Araba (più evidenti per l'Egitto, ma comunque significativi anche per la comunità marocchina). Alla luce dei dati raccolti e dei risultati raggiunti, ci siamo stupiti nel leggere l’inchiesta di Repubblica su “Il Belpaese dei Fratelli Musulmani”, a firma di un giornalista peraltro di solito attento e informato come Vladimiro Polchi, che ci è parsa estremamente riduttiva di una realtà molto più complessa, in cui l’intreccio fra attività economiche e diffusione dell’islam politico è presentato quasi come una strategia per islamizzare l’Italia. Gli egiziani d’Italia si riconoscono nei Fratelli Musulmani? Utilizzano le loro attività, ed in particolare quelle ortofrutticole come strumenti per fare proseliti?
Le ricerche da tempo ci hanno insegnato come, ad esempio, le pratiche economiche transnazionali e l'atteggiamento cooperativo delle diaspore migranti all'estero sono diffuse e si concretizzano in strategie imprenditoriali [1 - 2 - 3 - 4]. Se ci stupiamo perché l’imprenditoria straniera aumenta in un periodo di crisi, ci deve essere sfuggito come l’immigrazione in Italia sia anche formata da una classe media, dotata di risorse, che naviga nelle acque tumultuose di questi anni in maniera simile agli italiani; ci deve essere sfuggito che gli egiziani (al pari di altre comunità) hanno una tradizione di inserimento occupazionale attraverso il lavoro autonomo e l’imprenditoria, e che sempre di più le imprese non sono solo etniche, ma anche miste, con una quota di italiani alle dipendenze.
Dall'economia alla politica, ambito in cui occorre rifuggire dalle semplici equazioni, ovvero egiziani=Fratellanza musulmana. Infatti, analizzando il voto degli egiziani residenti in Italia in occasione delle ultime elezioni egiziane, si nota come esso non sia stato orientato in massa a sostenere la Fratellanza Musulmana, ma sia stato, anzi, molto più articolato. Il ballottaggio presidenziale è stato infatti percepito da molti come un vero e proprio referendum sul vecchio regime: l'alternativa era tra un candidato che agli occhi di tutti era esponente della vecchia classe politica (non va dimenticato che Ahmad Shafiq era stato l’ultimo primo ministro dell’era Mubarak) e un altro, Mohammed Morsi, che comunque rappresentava almeno una parte del composito schieramento che aveva animato le piazze durante la Rivoluzione. In Italia si parla spesso di “voto utile”: una categoria di analisi che calza comodamente quando si analizza il voto recente degli egiziani. Il sostegno al partito di Morsi mostra, in realtà, una spaccatura netta all'interno della comunità egiziana, come ha dimostrato il referendum sulla costituzione dello scorso dicembre: 1165 a favore e 1039 contro nelle votazioni per la costituzione. Non certo un plebiscito. Se il partito dei Fratelli Musulmani ha vinto le elezioni in Egitto, le ha vinte anche per il lungo lavoro di sostegno agli egiziani che ha portato avanti nel corso degli anni in Egitto e all'estero, quando il governo di Mubarak li aveva abbandonati. Si può discutere sulle strategie, ma non si deve certo dimenticare che siamo di fronte a società complesse.
Entrando nel merito della questione prettamente religiosa, come moltissime ricerche hanno sottolineato, l’islam italiano è plurale, anche se la percezione (talvolta alimentata da eccessive semplificazioni giornalistiche) continua ad essere quella di un blocco monolitico. Poco importa che in Italia vivano diverse generazioni di immigrati di fede islamica, che vi convivano musulmani anziani e giovani, uomini e donne con atteggiamenti religiosi assai eterogenei. La percezione che se ne ha è quella di un “islam italiano” omogeneo, sospettato di avere dei “padroni” e un “progetto non solo religioso, ma politico”, secondo il linguaggio a nostro avviso fuorviante dell’articolo citato sopra.
Le tante interviste fatte, i focus group realizzati, l’osservazione approfondita e prolungata di ambienti musulmani diversi per estrazione, provenienza e generazione, tutto questo ci suggerisce un quadro molto più frastagliato e dinamico, la cui evoluzione è difficilmente prevedibile. La presenza musulmana è in crescita, tanto che una precedente inchiesta di Repubblica stimava nel 2030 un aumento di questa popolazione a 2,8 milioni. Che questo bacino di persone possa interessare o coinvolgere organizzazioni come la Fratellanza Musulmana è certo un dato di cui tenere conto, ma senza determinismi, che oggi più che mai rischiano di produrre steccati, rallentando e ostacolando la transizione, in pieno svolgimento, dall'“islam immigrato” dei genitori a quello europeo dei figli.
di Roberta Ricucci, Viviana Premazzi, Matteo Scali
Dalla realtà per la realtà, in rete
Diciamo che l’inizio di questo nuovo anno è stato un po’ in salita.
Il 2012 è stato particolarmente impegnativo, personalmente e professionalmente, e mi ha lasciato molto stanca e anche un po' disillusa. Il 2013 è iniziato con una bella influenza e l’entusiasmo e le energie faticavano a tornare… fino a settimana scorsa… quando è venuto a trovarmi a FIERI Michele Grisoni.
Michele è un instancabile educatore e operatore sociale (ma non so se oltre a instancabile le altre definizioni riescono veramente a descrivere tutte la sensibilità e le esperienze che ha acquisito in questi anni di lavoro con giovani e meno giovani, italiani e stranieri). Michele ora è in pensione, dopo 37 anni di lavoro presso l’agenzia formativa Casa di Carità Arti e Mestieri di Torino. Anche in pensione, però, non smette di fare ciò che ha sempre fatto con grande passione ed entusiasmo, ossia cercare di portare avanti progetti interculturali mettendo in rete le diverse realtà presenti sul territorio. Perché, nonostante a causa della crisi tutti, soprattutto nel terzo settore, predichino l'importanza di fare sistema, purtroppo solo pochi lo fanno realmente e la messa in rete e lo sviluppo di attività congiunte è lasciato alla buona volontà e alle energie dei singoli, come Michele.
In particolare tra i progetti che è venuto a raccontarmi uno mi ha particolarmente colpito: il DIR, progetto di Dialogo Interreligioso, che, come si sarà capito anche dagli altri post, è un po’ una mia fissa.
Ho letto recentemente un articolo scritto da Lubna Ammoune, giornalista di Yalla Italia, e mi dispiace dover concordare con lei sul fatto che, negli ultimi anni, nonostante i migliaia di incontri, convegni, scritti e proclami, “all’espressione dialogo interreligioso ormai abbiamo imparato ad accostare sempre gli stessi pensieri senza riuscire a rinnovare i contenuti e stimolare altre letture del reale”.
Ed è proprio il reale quello che troppo spesso ci manca, quello che troppo spesso manca come punto di partenza per tanti progetti che mirano a risolvere problemi che di fatto non esistono proprio perché è mancata l’attenzione alla realtà.
Per questo il progetto del DIR di Michele mi è piaciuto e mi ha ridato energie e speranze. Perchè parte dalla realtà! Parte dalla realtà di classi della formazione professionali miste dal punto di vista sociale, culturale e religioso. E parte dalle richieste di questi ragazzi che provengono da contesti religiosi diversi di conoscere le diverse comunità e le diverse fedi presenti a Torino. Per questo tra le diverse attività proposte dalla Casa di Carità Michele è riuscito a inserire alcune ore di formazione sul dialogo interreligioso finalizzate a far conoscere progetti e realtà che si occupano di questo tema nel territorio torinese e offrire agli stranieri di fedi diverse da quella cristiano cattolica dei punti di riferimento.
Il progetto ha visto la collaborazione dell'Ufficio di Pastorale Migranti, la moschea di Via Saluzzo (da quest'anno, fino all'anno scorso agli incontri ha partecipato l'Imam Abdelaziz Khounati) e la chiesa ortodossa romena di via Accademia Albertina e offre ai ragazzi uno spazio in cui poter ragionare, ma, soprattutto, domandare rispetto alla propria e alle altre fedi.
Il bilancio dell'esperienza che si ricava dalle testimonianze raccolte dai ragazzi e dalla massiccia partecipazione alla festa realizzata il 29 settembre 2012 a conclusione del percorso presso il Sermig di Torino, Uniti nelle diversità dall'amore di Dio, a cui hanno partecipato diverse comunità religiose non italiane è super positivo e la speranza è che nuove realtà vi aderiscano proprio in quell'ottica di fare sistema che sarebbe importante per giovani e meno giovani, italiani e stranieri... non solo economicamente.
Concordia Discors. Convivenza e Conflitto nei quartieri di immigrazione
Anche in questo post vi presento un libro pubblicato da Carocci editore, a cura di Ferruccio Pastore e Irene Ponzo: Concordia Discors. Convivenza e Conflitto nei quartieri di immigrazione. Il libro, primo tassello di un programma di ricerca più vasto che ha coinvolto anche altre città europee, raccoglie i principali risultati del progetto Concordia Discors. Integrazione e conflitto nei quartieri europei. Le città europee e italiane nello specifico, infatti, sono state in tempi recenti, profondamente trasformate dall’immigrazione, “non solo nella composizione demografica, - si legge nell'Introduzione al volume - ma anche nel modo di vivere lo spazio pubblico, nelle relazioni e nelle forme di aggregazione tra cittadini, nelle sfide per i governi locali”. I quartieri in particolare si pongono come un osservatorio privilegiato per la loro influenza sulle interazioni e quindi sui processi di integrazione tra gli abitanti, diversa da quella dei contesti urbani, regionali e nazionali. “Il quartiere si pone dunque come la dimensione-chiave, il livello ideale in cui concetti astratti, come quello di integrazione - spiegano i curatori - si traducono in esperienze concrete, in forme nuove di cooperazione o di conflitto”. Ed è proprio la dimensione del quartiere quella che il progetto è andato ad indagare. Attraverso un viaggio interdisciplinare in quattro quartieri delle tre città di quello che un tempo era chiamato “triangolo industriale”: Torino (quartieri di Barriera di Milano e San Paolo), Genova (quartiere de La Maddalena) e Milano (via Padova), Concordia Discors ha cercato di dare risposte a un interrogativo cruciale: perché, in alcuni luoghi, l’integrazione tra gruppi di origine diversa si produce senza traumi, mentre altrove, magari a pochi isolati di distanza, emerge come un grave problema? Ferruccio Pastore e Irene Ponzo concludono l'introduzione al volume con la speranza che il confronto articolato e la metodologia comparativa adottata che ha consentito di individuare convergenze e divergenze tra i diversi contesti locali possano “contribuire a diradare, almeno un po’, le nebbie impressionistiche e ideologiche che spesso avvolgono il dibattito sull’integrazione nelle città italiane”. Se ciò avvenisse anche solo parzialmente lo sforzo corale da cui nasce il libro non sarà stato vano.
Studiare con la testa e con le mani
In questo post vi segnalo l'uscita del volume Studiare con la testa e con le mani. Docenti, formatori e allievi nell'era dell'intercultura edito da Imprimitur, a cura di Francesca Galloni e Roberta Ricucci.
Macedonia tra appartenenza e migrazione, tra tradizione e modernità
La Macedonia è uno di quei “nuovi” stati che difficilmente la gente sa collocare sulla cartina e ancor meno descriverne la storia. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che è una delle poche ex repubbliche jugoslave che è arrivata all'indipendenza senza passare per la guerra o i cui scontri etnici interni tra albanesi e macedoni nei primi anni 2000 non sono stati considerati degni dell'attenzione della stampa occidentale.
La Macedonia è, inoltre, da tempo un Paese di emigranti. Come riporta Risto Karajkov sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso: "Si stima che la diaspora macedone all'estero sia attorno alle 700.000 persone, anche se non vi è alcuna istituzione in Macedonia in grado di fornire statistiche attendibili sul livello di emigrazione dal Paese. Le comunità più ampie si trovano in Australia, Stati uniti e Canada. Molti migranti scelgono l'Italia, in particolare Treviso, Piacenza, ribattezzata Strumicenza, Venezia, Asti e Canelli".
Secondo alcune stime circa 5.000 cittadini macedoni migrano ogni anno verso l'Italia o ottenendo un passaporto bulgaro (in quanto appartenenti alla minoranza macedone in Bulgaria) o attraversando il confine illegalmente laddove non si abbiano parenti o amici già residenti in Italia che aiutino a regolarizzarsi.
Dall'aeroporto di Treviso partono voli diretti per Skopje due volte alla settimana. La maggior parte dei Macedoni residenti in Italia vive infatti in Veneto (19.870 persone alla fine del 2010, 7686 solo nella provincia di Treviso). Nella Macedonia occidentale, in particolare, ci sono villaggi interi in cui la lingua italiana è estremamente diffusa, quasi una specie di lingua franca (insieme allo stesso dialetto veneto). In questi villaggi, infatti, viveva la maggior parte degli immigrati macedoni in Italia. Qui oggi lavorano come fabbri, muratori, carpentieri, imbianchini. Arrivati in Italia negli anni '90 e 2000 anche per questa comunità si comincia a parlare di seconde e terze generazioni.
Durante l'estate i villaggi, pressochè disabitati nei mesi invernali, tornano a vivere. E il mese di agosto sembra ormai essere stato trasformato nel mese dei matrimoni. Quello a cui abbiamo avuto la fortuna di partecipare è stato celebrato nel villaggio di Borovec, nella provincia di Struga, nella parte occidentale della Repubblica di Macedonia tra due giovanissimi macedoni, residenti in Italia (o per “meglio” dire seconde generazioni dell'immigrazione macedone in Italia).
In queste zone vivono i torbeshi, una comunità di slavi cristiani islamizzati durante la dominazione ottomana, che hanno affinità sia con i pomacchi dei Monti Rodopi sia con i gorani di Albania e Kosovo. Anche tra i torbeshi ci sono moltissimi immigrati in Italia detti “pechalbari” (emigranti, appunto). I matrimoni tra i torbeshi si festeggiano secondo l'antica tradizione e durano per tre giorni e tre notti. Zurni e tapani (flauti e tamburi), sax e fisarmoniche accompagnano le danze che si ripetono senza sosta giorno e notte perchè nei matrimoni macedoni ballare è molto più importante che mangiare.
Il matrimonio di Borovec è stato celebrato nel rispetto di tutte le tradizioni della comunità, custodite dagli anziani: mentre i festeggiamenti, canti e balli, erano in corso a casa dello sposo, ad esempio, un gruppo di uomini, parenti dello sposo, è partito per andare a incontrare gli uomini della famiglia della sposa e “sigillare con loro l'affare del matrimonio”. Poi la sposa è stata coperta con un broccato, “rapita” e portata a casa dello sposo. Nelle comunità musulmane macedoni, lo sposo e sua madre non prendono parte al corteo nuziale. Ad accoglierla all'entrata del paese dello sposo c'erano le donne della famiglia dello sposo, che, attraverso il matrimonio, acquisiscono una nuova donna in casa. La sposa viene accolta con canti e danze e accompagnata così fino a casa dello sposo. Lo sposo dalla propria casa cerca di vedere “di nascosto” la sposa attraverso un anello pronunciando una formula rituale di buon auspicio. A quel punto la sposa entra nella casa dello sposo e riceve offerte dai testimoni dello sposo che “riempiono” di soldi le sue scarpe fino a quando “potrà calzarle”. La sposa per la maggior parte del tempo tiene gli occhi bassi e non sorride poiché è triste per aver abbandonato la propria famiglia e la propria madre mentre la suocera celebra la sua gioia nell'aver acquisito una nuora. I festeggiamenti durano per tre giorni, le donne indossano vestiti tradizionali ricamati a mano e la comunità si riunisce attorno agli sposi riconoscendo e benedicendo la loro unione.
Ad un'analisi più approfondita ci si rende conto che i matrimoni così come altre festività importanti che gli immigrati continuano a celebrare nel paese di origine servono in un certo senso, soprattutto alle prime generazioni, per espiare la colpa per l'emigrazione e controbilanciare l'effetto perturbatore suscitato dall'emigrazione in modo generale e dall'emigrazione famigliare in modo particolare. Come direbbe il sociologo algerino Abdelmalek Sayad, infatti “Emigrare significa “disertare”, “tradire”. In un certo modo significa indebolire la comunità da cui ci si separa, anche quando lo si fa, appunto, per rinforzarla, per favorire la sua prosperità. Così, a partire dalla stessa origine dell'emigrazione, si è sospettato che l'emigrazione contenesse i rischi di una “rottura con lo spirito” e non soltanto con il corpo. Si capisce, così, che per far in modo che il tabù della naturalizzazione funzioni, non è sufficiente biasimarla e biasimare il naturalizzato, ma bisogna “sacralizzare” (nel senso forte del termine) la comunità e l'appartenenza indefettibile (un tipo di fedeltà assoluta) alla comunità in quanto gruppo sociale e “sacralizzare” a sua volta il gruppo in quanto struttura o insieme di strutture comunitaria - che è ciò che succede, ad esempio, coi matrimoni. Bisogna “sacralizzare” i dispersi legami che uniscono tra loro i vari membri della comunità, soprattutto quando sono dispersi, e i legami che li uniscono alla comunità, soprattutto quando ne sono separati, per poter esorcizzare il demone della contaminazione “sovversiva” a cui l'emigrazione espone e che la naturalizzazione consacra”.
Se questo è vero per le prime generazioni, per seconde generazioni, invece, tra la Macedonia e l'Italia, il futuro, l'identità, l'appartenenza e i legami sembrano ancora tutti da esplorare, confermare, ricreare o ricostruire nelle forme nuove, autonome e non ereditate che essi sceglieranno per sè.
Per approfondimenti http://www.balcanicaucaso.org/














