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Macedonia tra appartenenza e migrazione, tra tradizione e modernità

 

 

La Macedonia è uno di quei “nuovi” stati che difficilmente la gente sa collocare sulla cartina e ancor meno descriverne la storia. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che è una delle poche ex repubbliche jugoslave che è arrivata all'indipendenza senza passare per la guerra o i cui scontri etnici interni tra albanesi e macedoni nei primi anni 2000 non sono stati considerati degni dell'attenzione della stampa occidentale.

 

La Macedonia è, inoltre, da tempo un Paese di emigranti. Come riporta Risto Karajkov sul sito di Osservatorio Balcani e Caucaso: "Si stima che la diaspora macedone all'estero sia attorno alle 700.000 persone, anche se non vi è alcuna istituzione in Macedonia in grado di fornire statistiche attendibili sul livello di emigrazione dal Paese. Le comunità più ampie si trovano in Australia, Stati uniti e Canada. Molti migranti scelgono l'Italia, in particolare Treviso, Piacenza, ribattezzata Strumicenza, Venezia, Asti e Canelli".

 

Secondo alcune stime circa 5.000 cittadini macedoni migrano ogni anno verso l'Italia o ottenendo un passaporto bulgaro (in quanto appartenenti alla minoranza macedone in Bulgaria) o attraversando il confine illegalmente laddove non si abbiano parenti o amici già residenti in Italia che aiutino a regolarizzarsi.

 

Dall'aeroporto di Treviso partono voli diretti per Skopje due volte alla settimana. La maggior parte dei Macedoni residenti in Italia vive infatti in Veneto (19.870 persone alla fine del 2010, 7686 solo nella provincia di Treviso). Nella Macedonia occidentale, in particolare, ci sono villaggi interi in cui la lingua italiana è estremamente diffusa, quasi una specie di lingua franca (insieme allo stesso dialetto veneto). In questi villaggi, infatti, viveva la maggior parte degli immigrati macedoni in Italia. Qui oggi lavorano come fabbri, muratori, carpentieri, imbianchini. Arrivati in Italia negli anni '90 e 2000 anche per questa comunità si comincia a parlare di seconde e terze generazioni.

 

Durante l'estate i villaggi, pressochè disabitati nei mesi invernali, tornano a vivere. E il mese di agosto sembra ormai essere stato trasformato nel mese dei matrimoni. Quello a cui abbiamo avuto la fortuna di partecipare è stato celebrato nel villaggio di Borovec, nella provincia di Struga, nella parte occidentale della Repubblica di Macedonia tra due giovanissimi macedoni, residenti in Italia (o per “meglio” dire seconde generazioni dell'immigrazione macedone in Italia).

 

In queste zone vivono i torbeshi, una comunità di slavi cristiani islamizzati durante la dominazione ottomana, che hanno affinità sia con i pomacchi dei Monti Rodopi sia con i gorani di Albania e Kosovo. Anche tra i torbeshi ci sono moltissimi immigrati in Italia detti “pechalbari” (emigranti, appunto). I matrimoni tra i torbeshi si festeggiano secondo l'antica tradizione e durano per tre giorni e tre notti. Zurni e tapani (flauti e tamburi), sax e fisarmoniche accompagnano le danze che si ripetono senza sosta giorno e notte perchè nei matrimoni macedoni ballare è molto più importante che mangiare.

 

Il matrimonio di Borovec è stato celebrato nel rispetto di tutte le tradizioni della comunità, custodite dagli anziani: mentre i festeggiamenti, canti e balli, erano in corso a casa dello sposo, ad esempio, un gruppo di uomini, parenti dello sposo, è partito per andare a incontrare gli uomini della famiglia della sposa e “sigillare con loro l'affare del matrimonio”. Poi la sposa è stata coperta con un broccato, “rapita” e portata a casa dello sposo. Nelle comunità musulmane macedoni, lo sposo e sua madre non prendono parte al corteo nuziale. Ad accoglierla all'entrata del paese dello sposo c'erano le donne della famiglia dello sposo, che, attraverso il matrimonio, acquisiscono una nuova donna in casa. La sposa viene accolta con canti e danze e accompagnata così fino a casa dello sposo. Lo sposo dalla propria casa cerca di vedere “di nascosto” la sposa attraverso un anello pronunciando una formula rituale di buon auspicio. A quel punto la sposa entra nella casa dello sposo e riceve offerte dai testimoni dello sposo che “riempiono” di soldi le sue scarpe fino a quando “potrà calzarle”. La sposa per la maggior parte del tempo tiene gli occhi bassi e non sorride poiché è triste per aver abbandonato la propria famiglia e la propria madre mentre la suocera celebra la sua gioia nell'aver acquisito una nuora. I festeggiamenti durano per tre giorni, le donne indossano vestiti tradizionali ricamati a mano e la comunità si riunisce attorno agli sposi riconoscendo e benedicendo la loro unione.

 

Ad un'analisi più approfondita ci si rende conto che i matrimoni così come altre festività importanti che gli immigrati continuano a celebrare nel paese di origine servono in un certo senso, soprattutto alle prime generazioni, per espiare la colpa per l'emigrazione e controbilanciare l'effetto perturbatore suscitato dall'emigrazione in modo generale e dall'emigrazione famigliare in modo particolare. Come direbbe il sociologo algerino Abdelmalek Sayad, infatti “Emigrare significa “disertare”, “tradire”. In un certo modo significa indebolire la comunità da cui ci si separa, anche quando lo si fa, appunto, per rinforzarla, per favorire la sua prosperità. Così, a partire dalla stessa origine dell'emigrazione, si è sospettato che l'emigrazione contenesse i rischi di una “rottura con lo spirito” e non soltanto con il corpo. Si capisce, così, che per far in modo che il tabù della naturalizzazione funzioni, non è sufficiente biasimarla e biasimare il naturalizzato, ma bisogna “sacralizzare” (nel senso forte del termine) la comunità e l'appartenenza indefettibile (un tipo di fedeltà assoluta) alla comunità in quanto gruppo sociale e “sacralizzare” a sua volta il gruppo in quanto struttura o insieme di strutture comunitaria - che è ciò che succede, ad esempio, coi matrimoni. Bisogna “sacralizzare” i dispersi legami che uniscono tra loro i vari membri della comunità, soprattutto quando sono dispersi, e i legami che li uniscono alla comunità, soprattutto quando ne sono separati, per poter esorcizzare il demone della contaminazione “sovversiva” a cui l'emigrazione espone e che la naturalizzazione consacra”.

 

Se questo è vero per le prime generazioni, per seconde generazioni, invece, tra la Macedonia e l'Italia, il futuro, l'identità, l'appartenenza e i legami sembrano ancora tutti da esplorare, confermare, ricreare o ricostruire nelle forme nuove, autonome e non ereditate che essi sceglieranno per sè.

 

Per approfondimenti http://www.balcanicaucaso.org/

 

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Ospite Domenica, 20 Gennaio 2019