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Ultim'ora dall'Italia e dal mondo


Il nostro futuro nel mondo: lavorare nella cooperazione

Cosa vuol dire lavorare nell'ambito della cooperazione internazionale, quale impegno comporta e quali siano le vie per accedere a questo settore sono domande a cui spesso i giovani interessati a questo mondo faticano a rispondere.
Proprio per far luce sugli aspetti meno chiari del mondo della cooperazione e per rilanciarla a partire dai ragazzi, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, in collaborazione con le università italiane, ha organizzato delle "Giornate d'orientamento sulle opportunità di lavorare con la Cooperazione Internazionale"

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Urban food policies: un seminario per conoscere buone pratiche tra Nord e Sud

Politiche urbane sul cibo. Oggi, con sempre più città che si pongono domande sul come raggiungere la sovranità alimentare a livello regionale, le buone pratiche aumentano e si può imparare qualcosa in ogni angolo del mondo. Energia, rifiuti, cibo, mobilità e acquisti ecologici, i cinque filoni affrontati in un seminario sulle politiche urbane sul cibo tenuto all'università di Torino per conoscere iniziative proveniente da tutto il mondo, scambiare idee e conoscere come grandi organizzazioni internazionali e amministrazioni locali si stanno muovendo. 

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Del Grande libero subito e rispetto dei diritti umani in Turchia

L'Associazione delle Ong Italiane (AOI) e tutte le ong associate esprimono profonda preoccupazione sullo svolgimento e i risultati del voto referendario in Turchia e per la detenzione del giornalista e difensore dei diritti umani Gabriele del Grande, entrato ieri in sciopero della fame dopo nove giorni di detenzione. Oggi in tutta Italia manifestazioni per la sua liberazione immediata

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Kitabna, i racconti che aiutano i bambini a rielaborare i traumi della migrazione

 

Portare libri per bambini nei campi profughi dove l'educazione formale spesso è assente. E' questo l'obbiettivo di Kitabna ("il nostro libro" in arabo), un progetto nato  nel 2014 dall'autrice Helen Patuck che da qualche anno scrive e illustra delle storie per bambini che sono state portate in Libano, Iraq, Giordania e in Francia, a Calais. Un modo per permettere ai bambini la lettura dove spesso non è possibile, creare ponti tra culture diverse, riorganizzare e rielaborare esperienze che comportano disturbi post-traumatici da stress. L'obbiettivo finale dei libri, come si può leggere sul sito del progetto, è quello di creare orgoglio e dignità in luoghi segnati da esperienze di dislocamento. Ci siamo fatti raccontare da Helen e Federica come si è sviluppato il progetto e a che punto è oggi.

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Chi ha paura del conflitto?

Il conflitto non è sinonimo di guerra ma “uno stato della relazione, che ciascuno di noi sperimenta quando interagisce con qualcuno, amico o nemico, con la vita o con una parte di sé stessi” Ecco allora che educare alla gestione non violenta dei conflitti è un aspetto fondamentale nella crescita di cittadini globali consapevoli. Come sperimenta l’ong Amici dei Popoli nelle scuole del Veneto

“Per gestire un conflitto devo per prima cosa Riconoscerlo, poi devo Conoscerlo, in modo da poter agire di conseguenza in maniera efficace”. Così sostiene Anna Chiara Ferigo, formatrice dell’ong Amici dei Popoli, e spiega “In genere, quando si pensa alla parola conflitto, la nostra mente ci porta ad immaginare un conflitto armato, alla guerra, una delle tante studiate nei libri di storia, o a quelle più recenti di cui tutti i giornali parlano. Il conflitto è infatti, nella maggior parte dei casi, associato ad un evento meramente negativo e più delle volte violento. Ci dimentichiamo spesso però, che il conflitto è uno stato della relazione, che ciascuno di noi ha quando interagisce con qualcuno, un amico o un nemico, con la vita o con una parte di sé stessi, nello specifico si manifesta con la presenza di un problema cui si associa un disagio”.

Al giorno d’oggi trovare un po’ calma, di tranquillità e pace sembra essere difficile. Le nostre vite sono spesso così frenetiche da farci perdere rapidamente la pazienza e la tolleranza. Così l’attacco sembra essere la miglior difesa, mentre l’ascolto e la comunicazione sono risorse poco utilizzate. Per i più deboli d’animo, l’indifferenza, sembra invece essere l’arma più conveniente. Un’indifferenza che però porta, frequentemente, al distacco dall’altro e dalla realtà stessa.

Con l’obiettivo di diffondere una concezione positiva del conflitto, di promuovere l’autostima e rafforzare le competenze riguardanti la prevenzione e la gestione nonviolenta dei conflitti, l’ong Amici dei Popoli di Padova (ADP) è intervenuta in diverse classi del Veneto, nelle scuole secondarie di primo e secondo grado delle 4 Province, con percorsi formativi specifici.

L’obiettivo è guidare gli studenti a riflettere sui conflitti, soprattutto quelli interpersonali. Attraverso lo strumento dell’Educazione non formale, agendo con metodologie attive (brainstorming e metaplan, role play e debriefing), che stimolano la comunicazione non violenta e la cooperazione nella classe.

Dalla tematica dei conflitti, in accezione positiva, si passa poi al Servizio Civile, come esempio di cittadinanza attiva ed impegno non violento all’interno della società, con un excursus storico sull’obiezione di coscienza. 

In generale, sia alunni che professori si sono mostrati entusiasti dei laboratori: “Qualcosa di innovativo rispetto ai percorsi scolastici standard”. 

Ciò nonostante ADP ha rilevato in un primo momento una evidente difficoltà nell’interazione con gli alunni. Eccetto pochi casi, inizialmente il disinteressamento aveva la meglio. Gli alunni non capivano il collegamento tra le attività e la tematica proposta, in quanto non abituati a metodologie che li portavano a relazionarsi tra di loro. Solo dopo averli messi a proprio agio, e dopo alcune spiegazioni, si mostravano disposti a mettersi in gioco. 

Da parte di tutti è stato rilevato un reale apprezzamento per l’approccio utilizzato, a tal punto che gli alunni si sono sentiti a loro agio nel confidarsi apertamente, con le formatrici presenti, sui problemi conflittuali che riscontravano all’interno e all’esterno della scuola. Questo scambio ha di conseguenza dato la possibilità agli alunni stessi di mettersi a confronto tra loro e di arrivare a trovare delle soluzioni pacifiche alle loro problematiche.

 

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Ecco i volontari dell'anno 2016

Marco Alban, Chiara Passatore e Samuel Murage Kingori: sono loro i vincitori del Premio Volontariato Internazionale FOCSIV 2016, consegnato sabato 3 dicembre presso Palazzo Rospigliosi a Roma in occasione della Giornata Mondiale del Volontariato del 5 dicembre.

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Guatemala: dopo la morte di 33 bambine in un centro statale la gente chiede giustizia

Dopo che nella notte dell'8 marzo scorso 33 ragazze sono morte e altre gravemente ferite perché chiuse a chiave in una stanza di un centro di accoglienza per minori gestito dallo stato guatemalteco, dove è divampato un incendio, in tutto il Guatemala si susseguono manifestazioni di protesta per chiedere giustizia e le dimissioni del Presidente. Nel centro erano già state denunciate violenze sessuali. 

da Città del Guatemala

Sono le 4 del pomeriggio a Città del Guatemala. Di fronte al palazzo del Governo le bandiere di una nazione a lutto sventolano sul minuto di silenzio che migliaia di persone dedicano alle almeno 40 bambine morte nell’incendio della casa per minori “Virgen dell’Asunciòn”.  Poi di colpo il silenzio si rompe e dalla piazza si leva un’unica parola. Giustizia.
Giustizia richiedono con forza e indignazione le donne e gli uomini che sabato 11 marzo hanno deciso di far sentire la propria voce al presidente Jimmy Morales, dopo i tragici fatti avvenuti nel giorno della festa della donna.

Tra il 7 e l’8 marzo alcune ragazze dai 14 ai 17 anni hanno iniziato una protesta contro i trattamenti ricevuti nel centro di accoglienza per bambini in difficoltà, gestito dallo stato guatemalteco. Dopo essere state chiuse a chiave in una stanza dai loro stessi educatori, hanno tentato di scappare dando fuoco ad alcuni materassi. Dall’altra parte, però, nessuno ha aperto la porta. Le fiamme sono divampate rapidamente. I vigili del fuoco sono arrivati sul luogo quando ormai 18 bambine erano morte e altre 40 gravemente ustionate. Alcuni testimoni sostengono che i soccorsi siano arrivati con un ritardo di circa un’ora dall’inizio dell’incendio.

Il rifugio “Virgen dell’Asunciòn” sulla carta dovrebbe essere un luogo di protezione per adolescenti vittima di violenza, orfani e figli di famiglie in difficoltà economica. Di fatto al momento della tragedia, il centro ospitava 807 minori invece dei 500 previsti dal regolamento e negli ultimi anni era stato teatro di gravi casi di violenza sessuale. In particolare nel 2016, un professore dell’istituto era stato denunciato per aver abusato sessualmente di un’intera classe di giovani dai 12 ai 14 anni, secondo quanto confermato dagli uffici del pubblico ministero. La vicenda è stata raccontata dai reporter del giornale Plaza Publica ad ottobre dello stesso anno.

Antecedenti drammatici che potevano accendere più di un campanello di allarme su una tragedia che sembrava preannunciata.  <<È un crimine dello Stato>> gridavano i manifestanti che sabato hanno richiesto, senza mezzi termini, indagini rapide ed esaustive e le dimissioni del presidente. 

Da parte sua, Jimmy Morales ha ammesso, durante un’intervista alla rete televisiva CNN, che le bambine si trovavano chiuse a chiave in una stanza dove erano state segregate per ragioni di sicurezza, dopo che alcune avevano tentato di fuggire nella notte del giorno precedente. Una punizione che non ha lasciato scampo. <<L’obiettivo era evitare una tragedia come quella che invece si è verificata. Stiamo indagando sui motivi che non hanno permesso l’apertura della porta per far uscire le ragazze durante l’incendio>>.

Il 10 marzo, il responsabile dell’istituto statale di Bienestar Social, Carlos Rodas, si è dimesso dal suo incarico. Mentre si è in attesa della nomina di un sostituto, nel pomeriggio di lunedì 13 marzo lo stesso Carlos Rodas, Anahy Keller Zabala, sottosegretaria alla protezione dell’infanzia e dell’adolescenza e Santos Torres Ramírez, direttore della casa di accoglienza per minori in cui è avvenuto l’incendio sono stati arrestati con l’accusa di omicidio colposo, inadempimento e maltrattamento di minore.

Intanto sotto al Palazzo del Governo prosegue il via vai di persone che omaggiano le minorenni vittime del rogo dell’8 marzo, portando fiori, scrivendo i loro nomi su cartelli e continuando la protesta silenziosa alla luce intermittente di piccole candele che resistono a tutto. Anche al vento della sera.

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L'accoglienza e l'ultimo rapporto della protezione internazionale in Italia

Sempre più migranti tentano di raggiungere le coste italiane per poi, nella maggior parte dei casi, provare a raggiungere il Nord Europa. L’ultimo “Rapporto sulla protezione internazionale in Italia” inquadra la situazione dei migranti in Italia e le strategie adottate nel nostro paese. Quali sono gli attori coinvolti e le criticità del sistema accoglienza?      

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Nome in codice Caesar

Affamati e torturati a morte: questo il destino di migliaia di civili e oppositori del regime siriano di Bashar al-Assad. Arrivano a Milano, dal 2 all’8 marzo grazie all’ong Celim, le foto che documentano i crimini contro l'umanità perpetrati da Damasco. Scelte tra oltre 53.000 foto trafugate da un disertore della Polizia Militare costituiscono un documento unico per capire il dramma della Siria di oggi. 

di Francesca Neri

Affamati e torturati a morte: questo il destino di migliaia di civili e oppositori del regime di Damasco, documentato da altrettante foto che un disertore della Polizia Militare ha trafugato prima di darsi alla fuga. Caesar, questo lo pseudonimo attribuitogli, aveva l’incarico di fotografare i corpi delle persone morte nei Centri di detenzione: prima dello scoppio della rivolta, questa procedura era la norma e serviva a documentare le scene di crimini o incidenti in cui erano coinvolti dei militari; con l’inizio della rivoluzione, i servizi segreti hanno semplicemente continuato con questa macabra routine di classificazione.

Dal maggio 2011 all’agosto 2013, giorno dopo giorno, Caesar ha copiato i file con le immagini che documentano con raccapricciante precisione la morte e le pene subite dai detenuti nelle carceri di Bashar al-Assad: corpi torturati, massacrati, ustionati, violentati, alcuni di questi hanno le orbite svuotate, i denti rotti, le ferite infettate dal pus; tutti avevano un numero identificativo sulla pelle. Quando Caesar diserta, lasciando di nascosto la Siria porta con sé 53.275 fotografie. Oltre ai corpi, le foto mostrano documenti di accompagnamento delle salme, ordini impartiti dalle forze di sicurezza di stilare certificati di morte falsi e di cremare i corpi, indicazioni di cancellare dall’anagrafe i dati riguardanti le vittime.

Una trentina di queste foto costituiscono la mostra che, dopo essere stata esposta alle Nazioni Unite a New York, al Museo dell’Olocausto di Washington, al Parlamento europeo e al MAXXI di Roma, arriva a Milano. L’esposizione è curata dall’ong CELIM e da Zeppelin e, dal 2 all’8 marzo, prevede un ricco programma correlato: la proiezione del film-documentario “Eau argentée - Autoritratto siriano”; la presentazione del libro “La macchina della morte” con l'autrice Garance Le Caisne; incontro al femminile con Asmae Dachan (blog diariodisiria.com) e Almudena Bernabeu (procuratrice internazionale). Il programma dettagliato su www.celim.it

In Siria tutte le parti in conflitto hanno commesso crimini, ma il regime di Damasco lo ha fatto su larga scala e con lucida programmazione come politica di governo, colpendo oppositori, civili, operatori umanitari, medici e attivisti. Autenticate da varie Commissioni d’inchiesta indipendenti, le foto costituiscono le prove per (futuri) processi per crimini di guerra e contro l’umanità: “le prove contro il regime di Bashar al-Assad sono più solide di quelle che si avevano contro Milošević e Taylor”, entrambi condannati, ha detto Stephen Rapp, giurista di fama internazionale che si è occupato, insieme ad altri, del caso Caesar.

 

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Nella spesa italiana per la cooperazione i rifugiati diventano la prima voce


Un dossier
realizzato da OpenPolis e Oxfam Italia fotografa l'aiuto pubblico allo sviluppo (APS) italiano del 2015. I fondi per la cooperazione appaiono aumentati negli ultimi anni ma a gonfiare i dati sono le spese per la gestione dei rifugiati in Italia, che in realtà non riguardano gli aiuti ai paesi di provenienza. Coerenza, trasparenza e rispetto degli obiettiivi OCSE appaiono ancora lontani

L'APS, realizzato attraverso enti ufficiali, ha come obiettivo "quello di promuovere lo sviluppo economico e sociale di determinati paesi". Le risorse possono essere devolute attraverso canali bilaterali (da governo a governo) e multilaterale (attraverso agenzie internazionali), comprendono le spese per i rifugiati ma non l'aiuto militare e prevedono il 25% di dono. Presentiamo le informazioni più significative. 

L'aiuto pubblico allo sviluppo globale (in inglese official development assistance) nel 2014 è stato pari a 139 miliardi e mezzo di euro. Guidano l'elenco gli Stati Uniti (circa 28 miliardi), il Regno Unito e la Germania con circa 16 miliardi e il Giappone (8). L'Italia si colloca al dodicesimo posto. Rispetto al reddito nazionale lordo (RNL), tuttavia, solamente Regno Unito e Germania si collocano nei primi 10 posti. A guidare sono: la Svezia (1,41%), gli Emirati Arabi Uniti (1,09%) e la Norvegia (1,05%), gli unici paesi che superano l'1% di spesa rispetto al volume dell'economia nazionale. L'Italia, con lo 0,21% di spesa per l'aiuto publico allo sviluppo la troviamo al ventunesimo posto. La voce di spesa più rilevante proveniente dai "paesi DAC" (Development Assistance Committee) riguarda le infrastrutture sociali, "volte a sviluppare il potenziale delle risorse umane e migliorare le condizioni di vita nei paesi beneficiari".


Nel 2015 l'Italia ha disposto 3 miliardi e 954 milioni per l'aiuto allo sviluppo. Nel complesso, il multilaterale riguarda il 54,2% del totale. Un dato in contro-tendenza rispetto alla media degli ultimi 5 anni durante i quali il bilaterale ha rappresentato il 32,84%. La spiegazione di questa inversione di rotta è semplice. Le spese per la gestione dei rifugiati in Italia, infatti, rientrano nel canale bilaterale. Queste, nel 2015, hanno rappresentato il 53,19% (circa 960 milioni di euro) del budget bilaterale contro lo 0,35% della stessa voce nel 2010. E' corretto che le spese per la gestione dei rifugiati rientrino nel budget APS? Da un punto di vista contabile, nonostante i paesi DAC stanno discutendo questo elemento, non c'è nulla di irregolare. Tuttavia, l'inserimento all'interno di questo budget dei costi per la gestione di rifugiati in Italia lascia perplessi dal momento che vengono così devolute meno risorse direttamente nei paesi in cui nascono i flussi migratori nascono.


Spendiamo tanto? Spendiamo poco?
Questione anche di opinioni ma, dal momento che ci sono degli obbiettivi internazionali, il dossier può dire qualcosa. Il principale obiettivo stabilito dai paesi DAC dell'OCSE è quello di "devolvere entro il 2030 almeno lo 0,70% del proprio reddito nazionale lordo in aiuto pubblico allo sviluppo". Secondo le stime del rapporto, basate sulle previsioni OCSE, l'Italia dovrebbe arrivare a spendere quasi 5 miliardi di euro nel 2020 (obbiettivo: lo 0,30 APS\RNL) e quasi 14 miliardi di euro nel 2030. A breve termine, l'Italia punta a diventare il quarto paese del G7 nel 2017 spendendo almeno lo 0,28% per raggiungere il Canada e superare il Giappone - con la condizione che questi non aumentino questa voce di bilancio bilancio. 

A quali paesi e in quali settori vengono devolute queste risorse?
Nell'intenzione, l'Italia ha stabilito per il periodo 2015-17 una lista di 20 paesi prioritari. Nella realtà, questi 20 nazioni hanno ricevuto solamente il 22,26% delle risorse utilizzabili. Allo stesso modo, anche i settori di intervento portano delle contraddizioni. Le aree prioritarie (agricoltura, aiuto umanitario, istruzione e salute) raccolgono soltanto il 19,30% mentre attività non riportate nella programmazione prendono una bella fetta del budget come le spese per i rifugiati.



In conclusione del dossier, Oxfam Italia e OpenPolis invitano il governo italiano ad essere più trasparenti rispetto alla rendicontazione soprattutto nelle voci relative ai progetti realizzati per la gestione dei rifugiati, ad aumentare le risorse destinate all'APS al fine di mantere gli impegni  intrapresi a livello internazionale, ad attuare rapidamente e completamente la nuova legge sulla cooperazione del 2014, a bilanciare l'aiuto bilaterale con quello multilaterale, a essere coerenti rispetto le priorità geografiche e settoriali, ad una pianificazione continua e coerente nel tempo e a limitare l'uso dei fondi APS per coprire i costi dell'accoglienza rifugiati. 



 

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Media e ICT per lo sviluppo; un corso di formazione a Milano

Si terrà il 3 e 4 febbraio a Milano il corso ISPI dedicato al rapporto tra media, ICT e sviluppo, organizzato in collaborazione con Volontari per lo Sviluppo e  Ong 2.0 . Tre i filoni di analisi: il ruolo dei media nella democrazia a Nord e a Sud del mondo e l'utilizzo partecipativo di metodi e strumenti della comunicazione nei programmi di sviluppo.

 

Nella “società dell’informazione” in cui stiamo vivendo il tema dello sviluppo è fortemente influenzato dalla produzione, gestione, uso e accesso all'informazione e allo stesso tempo dalla rapida evoluzione delle nuove tecnologie e dal diverso accesso a queste da parte della popolazione.

 

Il corso intende fornire competenze utili per la comprensione e l’utilizzo di mezzi di comunicazione (tradizionali e nuovi) per la promozione dello sviluppo sia nei paesi del nord che nei paesi in cui si opera con programmi di cooperazione.

 

Partendo da un’analisi deimedia occidentali e di come questi possano condizionare positivamente o negativamente l’immagine e la realtà dei PVSverrano fornite indicazioni ed esempi concreti per un uso strategico e consapevole dei media al fine di favorire una maggiore sensibilizzazione, co-responsabilizzazione e impegno da parte della popolazione del Nord verso i problemi dei PVS, contribuendo a orientare, ad esempio, le politiche pubbliche e private di aiuto internazionale.

 

Considerando l’ampia e rapida diffusione di internet e dei telefoni cellulari in molti paesi in via di sviluppo, ampio spazio verrà dedicato all’uso dei media nei PVS e a come le nuove tecnologie possano rappresentare sia un sostegno - ma anche un freno - ai processi di sviluppo locale. Verranno forniti esempi su come l’uso improprio e oppressivo dei media da parte di un governo, di poteri forti locali o globali che agiscono sul locale, costituisca un freno per lo sviluppo locale.

 

Allo stesso tempo si analizzeranno casi concreti in cui media tradizionali, social media e le ICT (Information and Communication Technologies)possono favorire l’empowerment e la partecipazione ai processi democratici e di sviluppo.

 

Un’ultima parte verra’ dedicata alla riflessione che negli ultimi vent’anni le istituzioni internazionali specializzate in cooperazione internazionale e sviluppo hanno svolto sul tema dellaCommunication for Development (ComDev). Una metodologia che prevede la pianificazione e l’integrazione di varie forme di comunicazione nei programmi di cooperazione dalla loro concezione fino alla valutazione, favorendo l’efficacia delle azioni.

l corso è particolarmente indicato per gli operatori dello sviluppo che vogliano integrare i Media nei loro progetti a partire da una visione complessiva della problematica e anche per gli operatori dei Media che vogliano contribuire all'operato delle organizzazioni di aiuto allo sviluppo.

Per il programma dettagliato e per iscrizioni clicca qui

 

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Guerre per l'acqua. E se gli abitanti di Gorino diventassero rifugiati ambientali?


Guerre per l'acqua
è un'espressione sempre più ricorrente negli ultimi anni. Il motivo è semplice: le risorse idriche hanno un limite. Questa soglia è in pericolo a causa di vari fattori tra cui la crescita demografica e le necessità agricole e industriali. L'acqua utilizzabile dall'uomo è molto meno di quello che può sembrare. Circa il 97% dell'acqua presente sulla Terra è infatti salata. Poco meno del 2% è presente nei ghiacciai che, a causa del cambiamento climatico, si stanno sciogliendo facendo aumentare il livello del mare e riducendo l'acqua sfruttabile. Ciò che rimane si trova nelle falde sotterranee, nei fiumi e nei laghi spesso inquinati e sotto stress idrico. Le tensioni intorno a questa vitale risorsa aumentano, come comportarsi? Definire cosa sia una “guerra per l’acqua” non è facile. Queste parole non implicano un uso della forza automatico come potremmo pensare quando leggiamo la parola guerra. Tensioni intorno alle risorse idriche nascono da tanti fattori che non portano necessariamente ad uno scontro fisico. Agricoltura, settore energetico, accesso all’acqua potabile e servizi igienici, importazione ed esportazione di prodotti alimentari (con un grande consumo d’acqua virtuale) sono alcuni dei tanti temi che andrebbero discussi quando ci riferiamo all’oro blu

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Profit - Nonprofit nella cooperazione internazionale: una guida per lavorare insieme

Si parla molto ormai di collaborazione tra il mondo profit e non profit nella cooperazione allo sviluppo. Ma praticarla concretamente è un altro paio di maniche. Scarsa conoscenza reciproca, linguaggi e metodi di lavoro diversi, spesso fanno da ostacolo a una collaborazione fattiva. A cercare di fare un passo avanti in questa direzione la Guida alla partnership profit-nonprofit nei progetti di cooperazione  realizzata da Fondazione Sodalitas con il contributo di imprese e ong e presentata oggi a Milano.

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Haiti di nuovo in ginocchio: l'appello delle ong socie Focsiv

Haiti è stato terribilmente colpito dall'uragano Matthew. Si parla di centinaia di vittime, migliaia di sfollati e oltre un milione di persone direttamente colpite dalla forza dell'urgano.  Le ong Focsiv presenti ad Haiti, lanciano un appello  per invitare ad una risposta immediata e concreta per limitare i disagi nel paese, già colpito da un terribile terremoto nel 2012.

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Corsi e webinar di Ong 2.0

Lavorare nella cooperazione internazionale, il nuovo percorso di formazione 2017

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Dal risk management nei Paesi a rischio, all’amministrazione di un progetto; dal Project Cycle management, all’approccio di genere fino alle…