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Ultim'ora dall'Italia e dal mondo


20170311 154939 HDRDopo che nella notte dell'8 marzo scorso 33 ragazze sono morte e altre gravemente ferite perché chiuse a chiave in una stanza di un centro di accoglienza per minori gestito dallo stato guatemalteco, dove è divampato un incendio, in tutto il Guatemala si susseguono manifestazioni di protesta per chiedere giustizia e le dimissioni del Presidente. Nel centro erano già state denunciate violenze sessuali. 

30551042372 3613330e02 bSempre più migranti tentano di raggiungere le coste italiane per poi, nella maggior parte dei casi, provare a raggiungere il Nord Europa. L’ultimo “Rapporto sulla protezione internazionale in Italia” inquadra la situazione dei migranti in Italia e le strategie adottate nel nostro paese. Quali sono gli attori coinvolti e le criticità del sistema accoglienza?      

caesar2Affamati e torturati a morte: questo il destino di migliaia di civili e oppositori del regime siriano di Bashar al-Assad. Arrivano a Milano, dal 2 all’8 marzo grazie all’ong Celim, le foto che documentano i crimini contro l'umanità perpetrati da Damasco. Scelte tra oltre 53.000 foto trafugate da un disertore della Polizia Militare costituiscono un documento unico per capire il dramma della Siria di oggi. 

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Un dossier
realizzato da OpenPolis e Oxfam Italia fotografa l'aiuto pubblico allo sviluppo (APS) italiano del 2015. I fondi per la cooperazione appaiono aumentati negli ultimi anni ma a gonfiare i dati sono le spese per la gestione dei rifugiati in Italia, che in realtà non riguardano gli aiuti ai paesi di provenienza. Coerenza, trasparenza e rispetto degli obiettiivi OCSE appaiono ancora lontani

Zambia local meeting 4445573438Si terrà il 3 e 4 febbraio a Milano il corso ISPI dedicato al rapporto tra media, ICT e sviluppo, organizzato in collaborazione con Volontari per lo Sviluppo e  Ong 2.0 . Tre i filoni di analisi: il ruolo dei media nella democrazia a Nord e a Sud del mondo e l'utilizzo partecipativo di metodi e strumenti della comunicazione nei programmi di sviluppo.

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Guerre per l'acqua
è un'espressione sempre più ricorrente negli ultimi anni. Il motivo è semplice: le risorse idriche hanno un limite. Questa soglia è in pericolo a causa di vari fattori tra cui la crescita demografica e le necessità agricole e industriali. L'acqua utilizzabile dall'uomo è molto meno di quello che può sembrare. Circa il 97% dell'acqua presente sulla Terra è infatti salata. Poco meno del 2% è presente nei ghiacciai che, a causa del cambiamento climatico, si stanno sciogliendo facendo aumentare il livello del mare e riducendo l'acqua sfruttabile. Ciò che rimane si trova nelle falde sotterranee, nei fiumi e nei laghi spesso inquinati e sotto stress idrico. Le tensioni intorno a questa vitale risorsa aumentano, come comportarsi? Definire cosa sia una “guerra per l’acqua” non è facile. Queste parole non implicano un uso della forza automatico come potremmo pensare quando leggiamo la parola guerra. Tensioni intorno alle risorse idriche nascono da tanti fattori che non portano necessariamente ad uno scontro fisico. Agricoltura, settore energetico, accesso all’acqua potabile e servizi igienici, importazione ed esportazione di prodotti alimentari (con un grande consumo d’acqua virtuale) sono alcuni dei tanti temi che andrebbero discussi quando ci riferiamo all’oro blu



Di Federico Rivara

 

Il libro “Guerre all’Acqua" (Rosenberg & Sellier) di Alessandro Mauceri appena pubblicato e presentato pochi giorni fa al Centro Studi Sereno Regis di Torino insieme al documentario di Yann-Arthus Bertand, “La Soif du monde” - un mondo assetato - permette di conoscere, o meglio ricordare, quelle che sono le cause e le situazioni più critiche nel mondo rispetto alle risorse idriche. Il testo di Mauceri presenta una panoramica dei contesti più complicati nel mondo, dalle dighe sul fiume Mekong alla terribile vicenda accaduta a Flint (Michigan) nel 2014, dove nell’acqua della rete idrica cittadina è stata rilevata una forte presenza di piombo, fino alle decennali problematiche che presentano il Nilo e il bacino Tigri-Eufrate con enormi tensioni geopolitiche tra i paesi che si affacciano su questi fiumi. Opere di questo tipo possono dimostrare, purtroppo, che il lavoro iniziato da uno scienziato americano potrebbe non terminare mai. Peter Gleick, co-fondatore del Pacific Institute, ha fatto un lavoro incredibile. Ha elencato e mappato tutti conflitti legati all’acqua nella storia. Un elenco che inizia nel 3000 a.C., a dimostrazione che i conflitti per l’acqua sono sempre esistiti, e che difficilmente mai terminerà. Come vedete dalla foto qui sotto, casi non ne mancano. Cliccando sulla foto scoprirete di più su ogni situazione mappata. 


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Non possiamo però permetterci il lusso di conoscere perfettamente la storia e il contesto di tutte le situazioni più critiche se non prendiamo iniziative localmente. Il rischio è che venga superato a livello globale (a livello locale è stato già superato – ricordiamoci della grave siccità, dettata anche dall’esaurimento delle falde acquifere, avvenuta in Siria negli anni precedenti allo scoppio della guerra civile nel 2011) il limite massimo di acqua dolce utilizzabile dall’uomo senza alterare il ciclo naturale della risorsa. Questo è stato calcolato nel 2009 e aggiornato nel 2014 da Johan Rockstrom, direttore dello Stockholm Resilience Centre, e i suoi colleghi. Un grande dilemma sta nel capire se ci sono innovazioni tecnologiche efficaci. Alcune presentano ulteriori sfide. La desalinizzazione per esempio, il ricavare acqua dolce dal mare attraverso l’osmosi inversa, richiede tantissima energia e di conseguenza può avere dei costi ambientali maggiori dei benefici. Ricavare acqua dai rifiuti organici umani, ottenere l’acqua dalla nebbia come fanno questi atrapanieblas in Perù, possono essere soluzioni su cui valutare un possibile uso ed impatto ma su quale scala?

E’ difficile pensare che la tecnologia possa davvero darci la soluzione perfetta. Intanto, le decisioni che vengono prese nei settori dell’agricoltura, industria ed energia (a livello giuridico internazionale mancano delle regolamentazioni vincolanti per cause sia internazionali sia locali) ma anche nei consumi individuali, decreteranno quando ulteriori aree geografiche supereranno i limiti stabiliti dal pianeta. Come ha ricordato il climatologo Mercalli al Sereno Regis, se non ci sbrighiamo a prendere delle decisioni immediate (quello che l’accordo di Parigi non fa), gli abitanti di Gorino dovranno presto chiedere ospitalità altrove dal momento che l’aumento dei mari, provocato dal cambiamento climatico. renderà le falde acquifere sfruttate nella zona salate e inutilizzabili per l’agricoltura. Successivamente, la zona del delta del Po rischierà di essere sommersa dal mare.

Photo Credits: United Nations Photo e Pacific Institute 

Profit-and-NonProfit-CorporationsSi parla molto ormai di collaborazione tra il mondo profit e non profit nella cooperazione allo sviluppo. Ma praticarla concretamente è un altro paio di maniche. Scarsa conoscenza reciproca, linguaggi e metodi di lavoro diversi, spesso fanno da ostacolo a una collaborazione fattiva. A cercare di fare un passo avanti in questa direzione la Guida alla partnership profit-nonprofit nei progetti di cooperazione  realizzata da Fondazione Sodalitas con il contributo di imprese e ong e presentata oggi a Milano.

5492638210 736a7c277f bHaiti è stato terribilmente colpito dall'uragano Matthew. Si parla di centinaia di vittime, migliaia di sfollati e oltre un milione di persone direttamente colpite dalla forza dell'urgano.  Le ong Focsiv presenti ad Haiti, lanciano un appello  per invitare ad una risposta immediata e concreta per limitare i disagi nel paese, già colpito da un terribile terremoto nel 2012.

urbanisation and food

Politiche urbane sul cibo. Oggi, con sempre più città che si pongono domande sul come raggiungere la sovranità alimentare a livello regionale, le buone pratiche aumentano e si può imparare qualcosa in ogni angolo del mondo. Energia, rifiuti, cibo, mobilità e acquisti ecologici, i cinque filoni affrontati in un seminario sulle politiche urbane sul cibo tenuto all'università di Torino per conoscere iniziative proveniente da tutto il mondo, scambiare idee e conoscere come grandi organizzazioni internazionali e amministrazioni locali si stanno muovendo. 


L'argomento, da un punto di vista di policy urbana, è innovativo. Discuterne può presentare aspetti ancora poco esplorati dal momento che il rapporto Nord-Sud del mondo è simmetrico. I problemi legati al cibo e alle realtà urbane sono ovunque ma vengono trattati in maniera diversa. Per questo motivo, ogni amministrazione può apprendere molto da altre realtà urbane. Ecco come si sono sviluppati gli interventi sul tema.

Per ottenere buoni risultati, tutti devono collaborare. A partire dall'università che, attraverso le parole del rettore Gianmaria Ajani, "deve essere più veloce nell'offrire alle istituzioni, alle ONG e altri enti, gli esiti delle ricerche portate avanti in ambito accademico per trasmettere delle competenze utilizzabili per nuove politiche e iniziative". Un'attività che va in questa direzione è Green Office, un'iniziativa portata avanti lanciata dall'università di Torino pochi mesi fa che vuole unire allo stesso tavolo ricercatori, studenti, amministratori locali e cittadini per promuovere una sostenibilità urbana attraverso cinque canali: energia, rifiuti, cibo, mobilità e acquisti ecologici. Il tutto in una città che sta pensando ad una Food Commission per pensare alla produzione e distribuzione di cibo di qualità in maniera diffusa nella regione metropolitana.

   

roof E le grandi organizzazioni internazionali come si stanno muovendo? La cooperazione allo sviluppo italiana, rappresentata da Stefano Ligrone, ricorda come i 17 obbiettivi di sviluppo sostenibile che rappresentano l'asse portante dell'Agenda 2030 delle Nazioni Unite, guardano in maniera importante alla sicurezza alimentare e che vanno realizzati in tutto il mondo. Per farlo, la cooperazione internazionale insieme alle istituzioni locali e alle grandi organizzazioni basate in Italia (tra cui FAO, IFAD e WFP) devono guardare alla sicurezza alimentare in termini qualitativi e quantitativi da raggiungere attraverso incentivi verso i piccoli produttori che possano così sostenere una sostenibilità ambientale regionale. Il tema è scottante perché le città stanno crescendo sempre di più (oggi già il 54% della popolazione mondiale vive in città e questo numero raggiungerà il 66% nel 2050 secondo le previsioni ONU) aumentando il rischio di disuguaglianze urbane, nuovi flussi migratori ed emergenze alimentari che un tempo erano più frequenti in zone rurali che in grandi centri abitati. Per questo è importante l'articolo 123 della "New Urban Agenda", adottata in forma di bozza a Quito poche settimane fa a termine della conferenza Habitat III, che invita alla sicurezza alimentare e nutrizionale urbana e peri-urbana per garantire a tutti i diritti alimentari attraverso azioni che combattano lo spreco alimentare e facilitino i servizi cittadini. 

La necessità di collegare al meglio i centri metropolitani e le aree rurali è stata rimarcata più volte. In rigoroso ordine cronologico, Thierry Giordano della Advocacy and Capacity Development Division della FAO, ha sottolineato come bisogna partire dalla domanda proveniente dalla popolazione per rispondere con un'offerta di programmi e progetti. Questi poi, se dimostrano di creare dei sistemi alimentari sostenibili, possono entrare a far parte di un insieme di buone pratiche che la FAO sta raccogliendo e vuole pubblicare nel 2017. Tra i vari progetti portati avanti direttamente dalla FAO, come spiega Michela Carucci della Plant Production and Protection Division, il Food for the Cities Programme merita particolare attenzione. Il progetto, portato avanti insieme a RUAF, mira a sviluppare un quadro teorico e un piano d'azione che sottolinei le aree di priorità di intervento per costruire sistemi alimentari regionali sostenibili e resilienti. Attraverso la partecipazione di diversi attori, le aree di studio del progetto sono 8 città tra cui Toronto (che ha iniziato a ragionare su politiche urbane del cibo nel 1991), Quito (che ha ospitato la conferenza Habitat III) e Dakar (che ha sperimentato in maniera importante il micro-giardinaggio in orti urbani). Analisi sulle città coinvolte potete trovarle qui

New crops-Chicago urban farm Ritornando alle emergenze alimentari urbane, Jimi Richardson della divisione emergenze del World Food Programme, spiega come la gestione di improvvisi shock alimentari è cambiata nel tempo. Richardson spiega come, in passato, i loro interventi riguardavano quasi esclusivamente aree rurali poco collegate con centri abitati e quindi difficili da raggiungere. Nel tempo, la crescita dei centri metropolitani ha fatto si che molti fattori (disastri naturali, conflitti ma anche shock economici) vadano a colpire il sistema alimentare che permette la distribuzione del cibo a tante persone in centri abitati. Questo implica una diversa gestione del problema dal momento che è il sistema urbano, guidano dalle municipalità locali, a dover dare la prima risposta alla crisi. Le organizzazioni internazionali come il WFP non possono quindi entrare in questi contesti in maniera invasivi ma devono rifarsi alle amministrazioni cittadine e fornire, se richiesto, il supporto necessario. Le tecnologie ICT sicuramente facilitano un intervento più rapido dal momento che è possibile, per esempio grazie ai cellulari, condurre delle ricerche sulla situazione alimentare di una determinata zona in maniera più veloce che attraverso un lungo lavoro di indagini sul campo. 

L'interazione tra soggetti che certe domande non se le ponevano in passato è stato tema anche dell'intervento di Slow Food, rappresentato da Ludovico Roccatello. Roccatello spiega come Slow Food sia stato tra i primi soggetti ad avvertire il fatto che chi si è occupato sempre di città come i pianificatori urbani e chi invece "nasce" dall'ambiente rurale (come lo stesso Slow Food) negli ultimi anni si è ritrovato a doversi occupare sempre più di cibo in quanto elemento fondamentale della analisi sul futuro delle nostre città. Cibo e città devono andare a braccetto, come spiega Carolyn Steel, e per farlo, chiude Roccatello, bisogna pensare ad una politica alimentare comune e non più ad una esclusivamente agricola

Dopo una prima parte dedicata al tema in maniera più teorica attraverso le presentazioni di enti internazionali, il pomeriggio si è concluso con gli interventi provenienti direttamente dal mondo locale, quello urbano. In particolare, "le voci delle città" provenivano da Milano e Torino. Cinzia Tegoni, coordinatrice del progetto "Food Smart Cities for Development", ha presentato al pubblico l'esperienza del Milan Urban Food Policy Pact, un accordo firmato a Milano durante EXPO 2015 da 46 città che oggi ne vede coinvolte 132. Il patto, sviluppato attraverso una serie di incontri e collaborazioni, consiste in 37 azioni che le città firmatarie si assumono di portare avanti al fine di ottenere uno sviluppo urbano che favorisca una sostenibilità alimentare attraverso la collaborazione tra municipalità di tutto il mondo che sono invitate a scambiarsi buone pratiche e a coinvolgere più attori possibili, dal privato al mondo della ricerca. Tra le iniziative portate avanti nel capoluogo lombardo, ricordiamo la campagna "Io Non Spreco" portata avanti da Milano Ristorazione (considerato il più grande ristorante d'Europa dal momento che serve 80.000 pasti al giorno nelle mense milanesi), Legambiente, il Distretto Agricolo Milanese e il Comune di Milano

Rimanendo in area milanese, Andrea Magarini di Està - Economia e Sostenibilità, ha presentato il progetto "Food and the Cities" che spiega come una food policy sia il risultato di una determinata infrastruttura urbana che deve facilitare "l'integrazione di temi e strumenti, promuovere processi multi-attoriali, facilitare l'assunzione di corresponsabilità da parte di questi attori e tendere a dotarsi di meccanismi di verifica degli effetti delle azioni in rapporto alla visione iniziale". Questi risultati sono la conclusione di una ricerca che ha visto come oggetto di studio un centinaio di politiche urbane nel mondo rispetto al cibo. In maniera curiosa, Magarini ha mostrato i risultati di una ricerca condotta nei vari assessorati di Milano dimostrando che il sistema alimentare è, in maniera volontaria, il tema di cui, oggi, tutti gli assessorati si devono occupare perché riguarda sempre più ogni settore. A quando l'assessorato per la politica alimentare in stile Food Commission?

Infine, Maria Bottiglieri del Comune di Torino, ha mostrato l'idea di food policy torinese  presentando la deliberazione del consiglio comunale del marzo scorso in cui la città di Torino si è impegnata a promuovere il diritto al cibo attraverso una serie di iniziative coerenti con il Patto di Milano. Le iniziative riguardano la promozione di orti urbani per garantire il cibo ai cittadini più vulnerabili, aumentare lo spazio dedicato nei mercati dedicati ai produttori locali (farmer markets), attività di educazione alimentare nelle scuole, aumento delle mense benefiche (mense a cui il comune non fornisce aiuti finanziari ma alimentari) e il recupero di edifici utilizzabili per creare un'infrastruttura agricola urbana

In conclusione, è evidente come le politiche sul cibo urbano siano e debbano essere sempre più parte integrante delle attività delle amministrazioni locali. Il materiale di discussione a disposizione non manca sicuramente ma è importante sviluppare ancora il dibattito per migliorare l'efficienza di sistemi alimentari sostenibili da modellare in ogni area metropolitana. Per farlo, è importante che attori provenienti da mondi diversi si incontrino, elaborino e presentino buone pratiche come nell'incontro qui presentato. 

 Photo Credit: Aravindan Ganesan
 





prosperityRiduzione dell'orario di lavoro, aumento delle indennità di disoccupazione, maggiore tassazione delle società per azioni, pacchetti di stimolo economico a chi fronteggia il cambiamento climatico. Queste e molte altre le proposte contenute nel nuovo rapporto dell'autorevole Club di Roma - "Reinventare la prosperità - gestire la crescita economica per ridurre disoccupazione, disuguaglianze e cambiamento climatico".  Una ricetta di 13 pratiche politicamente realizzabili che vadano a favorire la maggioranza della popolazione invitando ad una diversa gestione dello sviluppo economico. 

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Portare libri per bambini nei campi profughi dove l'educazione formale spesso è assente. E' questo l'obbiettivo di Kitabna ("il nostro libro" in arabo), un progetto nato  nel 2014 dall'autrice Helen Patuck che da qualche anno scrive e illustra delle storie per bambini che sono state portate in Libano, Iraq, Giordania e in Francia, a Calais. Un modo per permettere ai bambini la lettura dove spesso non è possibile, creare ponti tra culture diverse, riorganizzare e rielaborare esperienze che comportano disturbi post-traumatici da stress. L'obbiettivo finale dei libri, come si può leggere sul sito del progetto, è quello di creare orgoglio e dignità in luoghi segnati da esperienze di dislocamento. Ci siamo fatti raccontare da Helen e Federica come si è sviluppato il progetto e a che punto è oggi.


Attraverso diversi partner internazionali (tra cui l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Save the Children International e il Norwegian Refugee Council), Kitabna è riuscita a portare, ad oggi, 13,900 libri a bambini dislocati. Oltre che in campi profughi, le storie sono state consegnati anche in importanti università e biblioteche del Regno Unito. L'idea è quella di poter utilizzare i libri sia nei contesti mediorientali sia in quelli europei. Un modo per aiutare i bambini nell'elaborazione della loro stessa storia e comprendere di più il contesto in cui si trovano dal momento che spesso sono lasciati senza strumenti validi. I testi sono scritti e tradotti in più lingue in base al luogo in cui si opera ma anche permettendo la lettura di una lingua straniera che un bambino si trova ad imparare. Per esempio, l'ultima storia pubblicata, "The Birds Words", è disponibile in francese e in tedesco oltre che in inglese. Tutte e le tre le versioni sono accompagnate dalla versione araba. Cattura cat0shelen patuck Le storie possono nascere da episodi che accadano nei campi in cui si trovano i rifugiati. Cercano di individuare degli aspetti che i bambini ritrovano nelle loro esperienze e soprattutto rispecchiano l'ambiente culturale del posto. E' questo motivo che ha fatto pensare, nel 2008, l'idea di Kitabna a Helen. Mentre si trovava in Bangladesh come insegnante di inglese, infatti, si rese conto che i libri per bambini utilizzati erano spesso di seconda mano e proveniente dal mondo occidentale, senza riguardare il mondo in cui venivano letti. Nel breve documentario proposto qui sotto, invece, si capisce come le storie sono pensate rispetto a quello che i lettori a cui è indirizzata "The Cat's Family", hanno vissuto. Come si capisce dalle interviste, le lettura di queste storie porta poi i bambini a raccontare le proprie esperienze personali così simili da quelle lette con gli insegnanti. "Per sfruttare al meglio gli aspetti educativi presenti nei testi" vengono organizzati una serie di training riguardo al testo guidati da Helen e rivolto agli insegnanti.

 



Kitabna books for refugees: meeting "The Cat's Family" readers in northern Lebanon from The Kitabna Project on Vimeo.

 Oggi Kitabna è una realtà in crescita che lavora grazie a un team internazionale che combina diverse competenze utili per raggiungere sempre più persone e integrare al meglio i tanti aspetti culturali che si intrecciano nel progetto. I libri sono disponibili sia in formato cartaceo sia in e-book.  Uno sviluppo che il progetto proverà ad implementare è quello di diffondere i testi anche in paesi europei per permettere ai bambini che arrivano qui di utilizzare degli strumenti utili per l'elaborazione del proprio percorso ma anche per entrare in contatto con la lingua che sentono intorno a loro. 

migrants 2Ultimamente vari politici del mondo parlano della costruzione di muri, di barriere per evitare che persone che scappano per ragioni economiche, per guerre, per carestie, possano raggiungere i loro paesi democratici. Alcuni politici “amarcord” parlano di filo spinato, altri piú tecnologi di sistemi satellitari o di barriere elettroniche, un altro ancora di un progetto faraonico definito l “Huge big wall”. Ma come funziona veramente la legislazione sul diritto d'asilo? Cosa succede in Italia?

FOCSSIV-Chiara-Passatore-in-RomaniaMarco Alban, Chiara Passatore e Samuel Murage Kingori: sono loro i vincitori del Premio Volontariato Internazionale FOCSIV 2016, consegnato sabato 3 dicembre presso Palazzo Rospigliosi a Roma in occasione della Giornata Mondiale del Volontariato del 5 dicembre.

24870749895 53d8b69dd9 bTra pochi giorni ricorrerà il terzo anniversario del naufragio accaduto il 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa in cui persero la vita 368 persone, provenienti per lo più dall'Eritrea. Oggi, grazie al lavoro del Comitato 3 Ottobre, questa data è riconosciuta come Giornata della Memoria e dell'Accoglienza a livello nazionale, con una legge entrata in vigore il 16 aprile. La situazione dei rifugiati e migranti rappresenta uno dei problemi più gravi che il mondo affronta ormai da anni. Al momento attuale sono calcolati quasi 65 milioni i migranti forzati e circa 21 milioni i rifugiati.

di Federico Rivara

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