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Nell’ultimo periodo si è molto parlato, soprattutto in relazione al fenomeno delle fake news, di post-verità e di società post-fattuale, termini usati per descrivere l'epoca in cui viviamo, nella quale i fatti oggettivi hanno ormai meno importanza delle emozioni e delle credenze personali. Nella società moderna si registra, infatti, una difficoltà diffusa nel distinguere i fatti e gli avvenimenti reali da quelle che sono interpretazioni, opinioni o notizie inventate.

 

 

di Giuseppe Giangreco

 

 Le bufale, tuttavia, non sono un fenomeno così recente; esistevano anche sui media tradizionali, seppur in termini, modalità e dimensioni differenti. E’ però evidente che una proliferazione così massiva non sarebbe stata possibile senza l’avvento della rete e dei social media, luoghi dove chiunque può facilmente produrre e far veicolare notizie e contenuti, senza il bisogno di intermediari.

 

Il flusso delle informazioni oggi è diventato così imponente, così travolgente, che può condurre ad un vero e proprio sovraccarico cognitivo (information overload). Un interessante spunto di riflessione al riguardo ci è offerto dal libro Overload, del ricercatore statunitense Jonathan Spira. L’autore sottolinea come il fenomeno appena citato - il sovraccarico cognitivo - possa essere considerato come una delle peggiori piaghe che affligge la società moderna, colpevole di aver causato nelle persone la perdita della capacità di gestire pensieri e idee, di riflettere, e anche di ragionare e pensare. È il paradosso di internet: in cui ogni risposta autorevole è potenzialmente alla portata di un click ma viene sommersa da un'enorme mole di rumore, in cui tutto è così veloce che verificare una fonte diventa uno spreco inutile di tempo prezioso.

 

Tornando a parlare del meccanismo delle fake news, è importante analizzare non tanto il perché queste vengano create e lanciate in rete, quanto piuttosto le motivazioni che portano la comunità a supportarle e diffonderle. La prima ragione sta sicuramente nel fatto che si tratta di notizie e informazioni che fanno leva sulla parte emotiva e irrazionale del pubblico, che si appoggiano su stereotipi e pregiudizi, pensieri già largamente metabolizzati dalla mente che non richiedono un grande sforzo intellettivo per essere compresi. Quando una notizia riesce a suscitare nel pubblico sentimenti forti, come indignazione, rabbia e odio, la sua diffusione a macchia d’olio è quasi scontata e senza dubbio veloce.

 

Questo anche perché, nella maggior parte dei casi, è improbabile che chi crede in un primo momento a una notizia falsa sia poi propenso a metterne in discussione la veridicità e, successivamente, a verificarla. A supporto di tutto questo, come ci ricordano i due articoli di Barry Ritholtz su Bloomberg e di Elizabeth Kolbert sul The New Yorker, ci sono alcune ricerche che sostengono - e provano - che il cervello umano trovi difficoltà estreme nel fare i conti con la realtà e che tutti noi siamo poco propensi ad ammettere i nostri errori.

 

Altro elemento da non sottovalutare è, poi, l'autorevolezza delle fonti: la scomparsa delle certezze novecentesche, il crollo della fiducia nelle classi dirigenti e in tutto ciò che è definito come “sistema”, ha portato molti a diffidare dei media tradizionali considerati indistintamente asserviti al potere. Questo atteggiamento non ha, tuttavia, prodotto uno sviluppo del senso critico, anzi. La fiducia nei confronti di blog o siti senza alcuna autorevolezza o professionalità, redatti da autori la cui credibilità è minata dal fatto che spesso decidono di rimanere anonimi e si servono di ragionamenti forzati per dimostrare le proprie tesi, non è stata in alcun modo intaccata. In altre parole, molte persone si rifiutano a priori di credere a ciò che è considerato “ufficiale” e preferiscono affidarsi a canali alternativi, nonostante questi ultimi siano - o si avvalgono di fonti - poco credibili.

 

In un contesto del genere anche il lavoro di chi si sforza di confutare le notizie false apportando ragionevoli motivazioni e dati attendibili serve a poco, e questo perché tali confutazioni scientifiche, nella maggior parte dei casi, arrivano a posteriori e non sono quindi in grado di replicare l'enorme diffusione che la bufala ha avuto in un primo momento, né soprattutto di cambiare credenze ormai consolidate.

 

Trovare delle soluzioni sembra allora molto complicato, ma uno dei sentieri da battere in questa direzione è sicuramente quello dell’educazione.

 

Gli studenti di oggi, i cosiddetti nativi digitali, conoscono la realtà della rete da vicino e dovrebbero essere quindi in grado di evitare facilmente le trappole che essa offre. Purtroppo non sempre è così. I ricercatori dell’Università di Stanford hanno analizzato i comportamenti di alcuni giovani, appartenenti a classi sociali differenti e a diversi livelli di educazione, per stabilire quanto effettivamente gli studenti siano consci del fenomeno delle fake news. Lo studio ha rivelato che la maggior parte dei soggetti presi in considerazione non sia effettivamente in grado di  distinguere una notizia vera da una falsa, così come una pubblicità da un contenuto di informazione. Risulta dunque evidente come l’istruzione debba acquisire un ruolo primario nel processo di lotta alla logica delle bufale sul web. La scuola può rivelarsi un antidoto efficace contro la disinformazione, sia sul web che sui media tradizionali, ma perché ciò accada non è sufficiente avviare percorsi di alfabetizzazione digitale, bisogna soprattutto sviluppare negli studenti il senso critico, la curiosità, il dubbio, la volontà di scoprire la verità.

 

Negli Stati Uniti esistono già esperienze che vanno in questa direzione; una di queste è quella proposta da The News Literacy Project, organizzazione che ha lo scopo di insegnare agli studenti come distinguere i fatti dalla finzione nell'era digitale e come sopravvivere nella selva odierna delle informazioni. Guardando invece al panorama italiano, un’iniziativa da segnalare è senz’altro quella della ong Amici dei Popoli, che ha iniziato a trattare la tematica a partire proprio dalle scuole, tramite degli interventi in classe che l’hanno portata ad incontrare circa 400 studenti.

 

 

 

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