Logo
focsiv
Condividi

Dopo lo scoppio delle violenze in Burundi decine di migliaia di famiglie sono state costrette a fuggire nei paesi vicini.
La dura vita quotidiana di chi ha dovuto abbandonare tutto

di Gabriel Nikundana da Kigali

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Burundi, 25 aprile 2015. Il Presidente della Repubblica Pierre Nkurunziza annuncia la sua candidatura alla corsa per il terzo mandato La preoccupazione dilaga tra la popolazione. Il giorno successivo iniziano le prime manifestazioni, violentemente represse e la popolazione si mette in fuga verso i paesi confinanti. Famiglie intere abbandonano il Paese temendo ripercussioni da parte dei giovani Imbonerakure, una milizia del partito CNDD-FDD attualmente al potere.

Diverse migliaia di persone si rifugiano in Tanzania, in Ruanda, in Zambia e in Uganda. Molte delle famiglie scappate in Ruanda oggi vivono in condizioni economiche difficilissime, a causa dell'alto costo della vita. Per cercare di ridurre i costi, molti decidono di unirsi e vivere insieme. Questo è ad esempio il caso della famiglia di Jean Harerimana e di Pierre Nduwimana. Amici di lunga data e hanno deciso di affrontare insieme il viaggio verso il Ruanda. Una volta arrivate a Kigali hanno preso in affitto una casa nel quartiere Kanombé, a pochi metri dall'aeroporto. Da quando i rifugiati hanno iniziato ad arrivare in massa dal Burundi, i prezzi degli appartamenti in Ruanda sono saliti velocemente. Alcuni testimoni riportano che il costo di un'abitazione è più che triplicato: una casa che prima costava 40.000 franchi ruandesi di affitto mensile (circa 50 euro) ora ne costa oltre 150.000 (circa 180 euro).

Ma le spese non sono finite qui, spesso le case in affitto non sono ammobiliate e per renderle davvero abitabili è necessario far fronte ad ulteriori uscite economiche. Pierre Nduwimana racconta che nella loro nuova abitazione tutti dormono sui materassi per terra, è impossibile acquistare sedie, tavoli, letti e altri arredi, "ci rendiamo conto che siamo diventati dei rifugiati, le comodità sono rimaste in Burundi". "La cosa più importante", aggiunge Pierre, "è avere un piccolo pezzo di terreno in cui i bambini possano giocare, questo da loro l'impressione di essere in vacanza".

I RIFUGIATI: UN AFFARE PER I COMMERCIANTI 
Secondo l'Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR) e il Ministero Ruandese che si occupa dei rifugiati, i burundesi giunti in Ruanda sono 26.796 e affollano i centri e i campi di accoglienza. Il numero esatto però è difficile da calcolare perché se è vero che sono molte le persone in arrivo, altrettante sono quelle che lasciano il Ruanda per cercare di raggiungere Paesi con un costo della vita più basso. A Kigali abbondano le associazioni specializzate nella fornitura di piccoli servizi. I dipendenti della cooperativa "Abadaheza" ad esempio, passano porta porta a portare l'acqua e a proporre servizi di lavanderia. Durante la stagione secca l'acqua è un grande problema in città. L'acqua del rubinetto viene razionata e distribuita solo una volta a settimana. Le famiglie di Pierre e Jean con i loro 8 bambini consumano in media 12 bidoni di acqua al giorno, questo comporta una spesa mensile di circa 150.000 franchi ruandesi, circa 200 euro. Se per i burundesi il costo della vita a Kigali è particolarmente elevato, per i commercianti ruandesi l'arrivo dei rifugiati dal Burundi ha rappresentato un discreto guadagno. Uno dei lavoratori della cooperativa "Abadaheza" confessa che "gli affari in questo periodo vanno molto meglio grazie ai rifugiati. Prima del loro arrivo guadagnava 2000 franchi (circa 2,50 euro) al giorno, ora riesce a mettersi in tasca fino a 6000 franchi (circa 7,50 euro) in una sola giornata. Anche se, precisa lui, il suo lavoro è destinato a esaurirsi con l'arrivo della stagione delle piogge, quando l'acqua ricomincerà a scorrere dai rubinetti.

IMPARARE L'INGLESE
Il Burundi è un Paese francofono e a scuola si studia francese. Dato però che nessuno sa prevedere quando i rifugiati potranno rientrare a casa, bisogna essere preparati a restare a lungo. I bambini quindi devono imparare l'inglese, così le famiglie di Pierre e Jean si sono organizzate perché i loro figli possano seguire un corso intensivo di lingua. Hanno improvvisato un'aula nel salone di casa, dove un professore d'inglese burundese, anche lui rifugiato, tutti i giorni tiene le sue lezioni. Affettuosamente chiamato "teacher" dai bambini, Richard, ottimista, spiega perché ha deciso di offrire gratuitamente le sue lezioni: "le relazioni umane non hanno prezzo. Cerco di rendermi utile, presto rientreremo in Burundi e la nostra amicizia continuerà anche lì". Il problema vero resta quello di capire come fare per mandare a scuola i propri figli in un Paese, il Ruanda, il cui l'istruzione è molto costosa. "Dove troveremo i soldi per mandare a scuola tutti i nostri figli?" si interroga Madame Harerimana.

 

TRA I RIFUGIATI ANCHE I GIORNALISTI
Secondo Alexandre Niyungeko, presidente dell'Unione dei Giornalisti Burundesi, anche lui rifugiato in Ruanda, sono 53 i giornalisti burundesi attualmente registrati come rifugiati dopo che le loro radio e il loro giornali sono stati violentemente costretti a chiudere. In tutto si tratta di una trentina di giornalisti della RPA - Radio Pubblica Africana, una ventina di dipendenti delle radio Isanganiro e Bonesha, 5 giornalisti della radio televisione Renaissance e due giornaliste della RTNB - radio televisione nazionale del Burundi.

Alcune organizzazioni internazionali come la Federazione Internazionale dei Giornalisti, il Comitato per la Protezione dei Giornalisti, Reporter senza Frontiere offro sostegno ai colleghi rifugiati. Anche l'Unione Europea ha dato il suo contributo ma gli aiuti sono destinati a finire e la preoccupazione per il futuro resta. Come tutti si domandano come potranno continuare a vivere in un Paese come il Ruanda, molto più costoso del Burundi, senza un lavoro che garantisca loro un'entrata economica.

Photocredits: European Commission DG ECHO