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Le radio indipendenti costrette a sospendere le trasmissioni, le linee telefoniche interrotte e la "Maison de la Presse" chiusa dalla polizia: ieri il Burundi ha celebrato così la Giornata mondiale per la libertà di stampa.

In lutto ma uniti, i giornalisti hanno manifestato il proprio dissenso per le recenti misure restrittive e il regime di censura messo in atto dal governo burundese, che mira a far passare sotto silenzio quanto sta avvenendo nel Paese.

di Viviana Brun

 

 

 

 

Vestiti a lutto e imbavagliati, tristi e disarmati, ma anche fieri e uniti, i giornalisti di diverse realtà mediatiche burundesi si sono dati appuntamento ieri a Bujumbura, per celebrare insieme la Giornata mondiale per la libertà di stampa. 

Solo una settimana fa, la "Maison de la Presse", luogo simbolo e punto di riferimento per i media e i giornalisti del Paese, veniva chiusa dalla polizia. Ieri, sotto un tendone allestito nella sede del Giornale Iwacu, i giornalisti locali insieme ad alcune emittenti straniere e personalità diplomatiche, hanno fatto il punto sulla preoccupante situazione di censura e isolamento mediatico in cui versa il Paese. 

Il direttore del gruppo editoriale Iwacu, Antoine Kaburahe, ha introdotto la giornata. Ai microfoni di Iwacu Web TV, ha dichiarato:

"È un giorno triste per noi e per la stampa burundese. In questo momento molte radio sono chiuse, i giornalisti sono minacciati, abbiamo grandi difficoltà a continuare il nostro lavoro, le linee telefoniche delle redazioni sono state interrotte. È un giorno triste per tutti quelli che credono nella democrazia e nella libertà di espressione... Il Burundi cominciava a diventare un modello per la sua sinergia tra i diversi media, un concetto pressoché unico in Africa e che molti Paesi africani iniziavano a prendere come esempio, ebbene questa sinergia è stata vietata. Un luogo simbolo come la "Maison de la Presse" è stato chiuso. Oggi però abbiamo la gioia di vedere come, nonostante tutto, i media burundesi restino uniti. Malgrado le molte provocazioni, noi non abbiamo ceduto al radicalismo. Per questo motivo vi domando di restare indipendenti, neutri, professionali e di raccontare gli eventi, nonostante le difficoltà che sempre più incontriamo nello svolgere il nostro lavoro. È in questi momenti che emerge il valore degli uomini. Noi entreremo nella storia come quelli che non hanno ceduto al radicalismo che alcuni vogliono instaurare qui in Burundi."

 


Video: La journée du 3 Mai célébrée dans la tristesse 

Il responsabile dell'UBJ (Union Burundaise des Journalistes), Alexendre Niyungeko, ha affermato l'impegno dell'unione dei giornalisti nella difesa della libertà d'espressione prevista dalla Costituzione e si è rivolto al presidente perché ai giornalisti torni a essere garantita la possibilità di svolgere il proprio lavoro.

 

LE CAUSE 
La situazione a Bujumbura (capitale del Burundi) è degenerata rapidamente. Da tempo, si attendeva con preoccupazione la candidatura di Pierre Nkurunziza (presidente in carica) alla corsa per le presidenziali del 26 giugno, come unico rappresentante del partito di maggioranza CNDD-FDD. La dichiarazione ufficiale è arrivata il 25 aprile e nelle strade è subito esploso il dissenso.
Gli scontri tra civili e forze dell’ordine si sono svolti in vari quartieri della capitale, causando in una settimana 10 morti, più di 60 feriti e 577 arresti (dati pubblicati da RFI).

I manifestanti contestano la corsa del presidente al suo terzo mandato, giudicando la sua candidatura anticostituzionale e in contrasto con l'accordo di Arusha (agosto 2000), che limita la funzione presidenziale a due mandati. Sabato 2 e domenica 3 maggio, gli scontri sono stati sospesi, il collettivo contro il terzo mandato del presidente ha proclamato due giornate di tregua per celebrare i funerali delle vittime. La protesta però è destinata a continuare.

LA CENSURA
Dopo l'annuncio ufficiale della candidatura dell'attuale Presidente Pierre Nkurunziza, avvenuto il 25 aprile, pesanti misure repressive sono state adottate dal governo burundese nei confronti della stampa e dei mezzi di comunicazione.

La "Maison de la Presse", luogo simbolo che riunisce i media e i giornalisti burundesi, è stata chiusa dalla polizia lunedì 27 aprile. Pierre-Claver Mbonimpa, attivista e figura di spicco della società civile, a capo della Aprodeh (Association pour la protection des personnes détenues et des droits humains), la più grande organizzazione burundese di difesa dei diritti umani, è stato arrestato proprio mentre si trova alla "Maison de la Presse". Il motivo velato è quello di aver espresso posizioni in contrasto con il partito di maggioranza. Mbonimpa è stato rilasciato il giorno successivo all'arresto. 

Lo stesso giorno, lunedì 27 aprile, la RPA (Radio Publique Africaine), l'emittente radiofonica più popolare in Burundi, è stata chiusa con l'accusa di alimentare il movimento insurrezionale dei manifestanti. Il rapporto conflittuale tra la RPA e il governo burundese si era già acuito negli scorsi mesi. A febbraio, il direttore della radio, Bob Rugurika, era stato arrestato e poi rilasciato su cauzione. Stava indagando sull’omicidio delle tre suore italiane e aveva intervistato in radio un testimone anonimo, il quale accusava le forze di sicurezza e denunciava il coinvolgimento dei servizi segreti burundesi.

Ma Radio RPA non è l'unica radio a essere stata presa di mira dalle forze governative. A tutte le radio indipendenti, come Isanganiro e Bonesha, è stato impedito di trasmettere all'interno del Paese e sono state isolate le linee telefoniche. Alcune radio continuano a trasmettere attraverso il loro sito Internet, altre sono ascoltabili solo nella capitale, mentre il resto del Paese resta tagliato fuori. La mancanza d'informazioni certe e indipendenti accresce il senso d'insicurezza tra le persone che abitano le 17 province del Burundi. È difficile farsi un'idea di cosa stia accadendo realmente. Molti per la paura di un ritorno a una guerra civile su base etnica e spaventati dalla fama degli "Imbonerakure", le milizie violente al servizio del partito del presidente, decidono di uscire dal Paese e di rifugiarsi negli Stati confinanti, come il Ruanda.

 

Ad accrescere la situazione d'instabilità, da mercoledì 29 aprile è stato anche impedito l'accesso ai social media dai telefoni cellulari. La popolazione ha potuto ovviare al problema grazie al sostegno della rete: molti sono stati i tweet di richiesta di aiuto da parte di chi è riuscito a collegarsi via pc.

Per raggirare i blocchi imposti dal governo, è possibile connettersi attraverso una VPN (Virtual Private Network), che su Twitter è stata ribattezzata dai burundesi "VPN - Virer Pierre Nkuruziza" (ovvero, licenziare il presidente).

Mettendo a tacere le radio e ostacolando l'accesso a Internet da telefono cellulare, il governo ha messo ko le due fonti d'informazioni più utilizzate in Burundi e si è assicurato di tenere la maggior parte della popolazione all'oscuro di quanto sta avvenendo davvero nella capitale.

PER APPROFONDIRE

 Giornata Mondiale della libertà di stampa

ascolta il racconto della giornata realizzato da Radio Isanganiro

 Le cause

Il Burundi sull’orlo di una crisi di nervi, su VITA.it
In Burundi sale la tensione tra forze dell’ordine e manifestanti che protestano contro il presidente, su Internazionale
- Segui la cronaca degli eventi sul sito web del giornale Iwacu o sulla pagina dedicata al Burundi di RFI - Radio France Internationale

La censura

- ascolta l'ultima emissione di RPA prima che sia costretta a sospendere le trasmissioni
- lista delle emittenti radiofoniche burundesi

(Photocredits: Iwacu)