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E' disponibile in DVD il film “Ultima chiamata” (The last call) di Enrico Cerasuolo della Zenit Arti Audiovisive di Torino, un'occasione per organizzare una visione con gli amici e ragionare insieme su come affrontare questo passaggio d'epoca.

Andrea Saroldi in Manualetto di Benvivere

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- La locandina di "Ultima chiamata" -

 

Il documentario è stato proiettato in anteprima il 1° giugno 2013 al festival Cinemambiente di Torino. Durante la presentazione Luca Mercalli, che ne ha curato la parte scientifica, si è inginocchiato davanti al Ministro dell'Ambiente presente in sala pregando lui ed i politici di intervenire per prepararsi ad affrontare al meglio la crisi ambientale che stiamo iniziando ad attraversare, spiegando che sarà ancora più dura della attuale crisi economica che ne deriva.

Il documentario ripercorre 40 anni di saga dello studio “I limiti dello sviluppo” pubblicato nel 1972 per il Club di Roma e dell'appello che rivolge all'umanità a fare i conti con i limiti del pianeta che sostiene la nostra vita; come recita il sottotitolo, sono queste “le ragioni non dette della crisi globale”. La troupe racconta la storia di questo messaggio ampiamente dibattuto e inascoltato attraverso interviste e materiale d'archivio molto interessante, ripercorrendo le vite dei suoi ideatori (Aurelio Peccei e Jay Forrester) e dei suoi autori (Dennis e Donella Meadows, Jørgen Randers e Bill Behrens).

Nel corso del lungometraggio gli autori ammettono di essere stati vittima di un ingenuo ottimismo, pensando che l'evidenza e la gravità del messaggio fossero sufficienti a portare i leader politici ed industriali a cambiare rotta, sottostimando l'inerzia del sistema economico e culturale dominante che preferisce confondere le acque e fare qualche operazione di facciata pur di continuare a progettare a breve termine, evitando di considerare lo strapiombo poco più avanti. Addirittura lo stesso titolo della traduzione italiana, in cui il termine inglese Growth del titolo originale “The Limits to Growth” viene erroneamente tradotto con sviluppo e non con crescita, mostra quanto sia torbida la mentalità in cui sviluppo e crescita vengono confusi, come se fosse inconcepibile uno sviluppo senza crescita.

Lo studio sui “Limiti dello sviluppo”1, poi ripreso e attualizzato dopo 202 e 303 anni, mostra i dati di una simulazione al computer sull'andamento di alcune variabili globali del sistema mondo (popolazione, produzione di cibo, produzione industriale, inquinamento, consumo di risorse non rinnovabili) tra loro connesse con reazioni di feedback positive e negative con tempi di ritardo regolate sui dati disponibili dal 1900 al 1970. Il messaggio lanciato 40 anni fa è molto chiaro: la nostra società umana si trova su di una traiettoria di “overshoot” e collasso, in cui l'oltrepassare i limiti fisici del pianeta porta intorno alla metà del 21° secolo ad una drastica riduzione della popolazione mondiale e della disponibilità di cibo e di prodotti, a meno che l'umanità non decida di modificare la rotta intervenendo profondamente sia sull'efficienza tecnologica che sulle scelte politiche. E' questa la ragione profonda della crisi globale, e bisogna ripartire dai limiti biofisici della terra per costruire un futuro per l'umanità.

 

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- http://pabitraspeaks.com/limit-to-growth-and-beyond-part-1 -

 

Ho già parlato in un articolo precedente di come questo scenario annunciato di crisi umanitaria globale sia alla base delle motivazioni che spingono moltissime persone a modificare i propri comportamenti personali e a promuovere il cambiamento dei comportamenti collettivi, ma purtroppo questo tipo di sensibilità è ancora abissalmente lontana dal pensiero politico con cui viene gestita la cosa pubblica, in parte anche grazie ad alcune false critiche ed un po' di confusione intorno ai “Limiti dello sviluppo” che è difficile credere non siano state create ad arte per continuare a correre verso il burrone facendo finta di niente.

In uno articolo pubblicato nel 20084, Graham Turner confronta i dati sull'andamento storico dei parametri mondiali nel periodo 1970-2000 con le proiezioni secondo i diversi scenari ipotizzati. Infatti, lo studio originale analizzava l'evoluzione del sistema mondo sotto tre possibili scelte dell'umanità di fronte alla minaccia ambientale globale. Il primo scenario, denominato standard, è quello in cui non si inseriscono correttivi rilevanti rispetto alla situazione che viene lasciata evolvere secondo la logica del laissez-faire. Il secondo scenario, denominato “comprehensive technology”, è quello in cui vengono compiuti grossi sforzi sulla tecnologia per migliorarne l'efficienza; secondo la simulazione questo scenario non elimina il collasso ma lo rimanda in quanto rende disponibili più a lungo le risorse. Il terzo scenario, denominato “stazionario” o sviluppo autocontrollato, è quello in cui l'umanità fa i conti con i limiti del pianeta e raggiunge una situazione di benessere stabile intervenendo non solo sulla tecnologia ma anche sulla riduzione dei consumi e la distribuzione delle risorse.

Il risultato di questo confronto su 30 anni di dati storici è impressionante: tra i tre scenari ipotizzati, quello che segue maggiormente i dati reali - all'interno dei margini di incertezza - è lo scenario standard, quello del business as usual. Come a dire che tutta la propaganda profusa prima sullo sviluppo sostenibile e ora sulla Green Economy non è stata in grado di modificare in modo significativo la traiettoria globale dell'umanità. Questo conferma ancora una volta quanto sia profondo e radicale il cambiamento richiesto per adeguarsi ai limiti del pianeta, e come non sia sufficiente modificare i comportamenti personali ma sia necessario a livello della collettività intervenire in modo strutturale sui comportamenti sociali.

Ma torniamo all'anteprima del film al festival Cinemambiente. Finita la proiezione, Luca Mercalli si è alzato dalla poltrona del cinema Massimo fuori di sé per la rabbia. Avrebbe voluto aprire un confronto con i politici sul contenuto della pellicola e le sue conseguenze sull'agenda di governo, ma il Ministro dell'Ambiente aveva abbandonato la sala all'inizio della proiezione; immagino che importanti impegni l'avessero richiamato a Roma. Se questo è il livello di coinvolgimento delle istituzioni, significa che non possiamo aspettare che sia qualcun altro in casa a rispondere al telefono che squilla; tocca a noi alzare la cornetta per rispondere a quest'ultima chiamata. E non vale dire che devono essere i politici ed i capitani d'industria a muoversi, questa rubrica vuole proprio dimostrare che anche noi possiamo fare molto, attraverso la modifica dei nostri comportamenti e delle idee sia personali che sociali. La politica e l'industria seguono infatti le richieste degli elettori e dei consumatori.

Da settembre 2013 il film è disponibile in DVD (vedi le informazioni su www.lastcallthefilm.org/it), può essere un'occasione per organizzare una serata insieme agli amici per vedere il film e ragionare su come possiamo muoverci. Invitandoli, vi consiglio di annunciare un piccolo buffet alla fine della proiezione per evitare che i vostri amici siano richiamati altrove da impegni superiori; la disponibilità di cibo pro-capite dalle nostre parti ci consente questo investimento per il futuro.

 

Riferimenti

(1) - D. Meadows, D. Meadows, J. Randers e W. Behrens III. “I limiti dello sviluppo”. Mondadori, 1972

(2) - D. Meadows, D. Meadows, J. Randers. “Oltre i limiti dello sviluppo”. Il Saggiatore, 1993.

(3) - D. Meadows, D. Meadows, J. Randers. “I nuovi limiti dello sviluppo”. Mondadori, 2006.

(4) - Graham Turner. “A Comparison of the Limits to Growth with Thirty Years of Reality”. CSIRO Working Paper 2008. Disponibile a questo link su www.csiro.au.