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Ho trovato molto chiara la sintesi delle ragioni della attuale crisi presentata nel video "Chi ha ucciso la crescita economica?" prodotto dal Post Carbon Institute e disponibile su dotSUB.

Andrea Saroldi in Manualetto di Benvivere

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Se guardate il video prima di continuare a leggere, capirete perché alle volte mi sembra di essere sul Titanic e non riuscire a trovare le parole per comunicare a chi si sta agghindando per il ballo di gala che sarebbe più utile occuparsi di rendere confortevoli le scialuppe. In tempi di guerra e di crisi questo pensiero mi torna alla mente, ultimamente sempre più di frequente.

Dieci anni fa sul pionieristico bollettino "BOGAR" che serviva come strumento di collegamento tra i primi Gas, quando ancora usavamo le fotocopie, le buste ed i francobolli, ho provato a descrivere questo sentimento in un messaggio di chiusura intitolato "Vorrei essere un uomo libro". Non c'era nulla di particolarmente profetico nello scrivere "quando ad esempio la borsa inizierà ad impazzire ed il prezzo del petrolio salirà alle stelle", avrei anche potuto parlare dei cambiamenti climatici o di altri indicatori globali, l'insostenibilità del nostro sistema è sotto gli occhi di tutti. Per questo sono chiaramente inadeguate le varie ricette che continuano a parlare di "ripresa" senza averla mai vista e senza preoccuparsi di mettere in atto delle iniziative che possano avere la forza per sostenersi.

Quando si presenta l'occasione, in puro spirito ecologico, ho pensato di riproporre in questo blog anche testi "riciclati". Per questo vi riporto qui sotto il pezzo che è stato ripreso e pubblicato nel 2003 in "Costruire economie solidali" (Ed. EMI, p. 57). C'è ancora moltissimo da fare, ma posso dire che - rispetto a 10 anni fa - adesso siamo in molti a preparare questi modelli di scialuppe autogalleggianti; oggi dovrei rivedere il testo e aggiungere un finale un po' diverso sulle prime prove di navigazione.

 

 

VORREI ESSERE UN UOMO LIBRO

 

La specie umana sarà forse avvelenata dall’inquinamento;

ma può anche dissolversi e sparire

per mancanza di linguaggio, di diritto, di mito

Ivan Illich

 

Avete letto bene, e non è un errore di stampa; ho proprio scritto un “uomo libro”, che è qualcosa in meno di un “uomo libero”. Vorrei essere un uomo libro, nel senso del romanzo di fantascienza “Fahrenheit 451”, scritto da Ray Bradbury nel 1955. In una società dominata dalla televisione dove i libri vengono bruciati a colpi di lanciafiamme, in guerra contro un paese sconosciuto, chi crede in una società diversa ha come unica possibilità quella di mandare a memoria i libri del passato per poterli riscrivere un giorno.

Quando eravamo singoli, separati individui, non avevamo altro che una gran rabbia in corpo. Io presi a pugni un milite del fuoco, venuto a bruciare la mia biblioteca, anni fa” [...] “Ma il nostro metodo è più semplice e, crediamo, migliore. Tutto quello che vogliamo fare è di conservare intatta, al sicuro, la cultura che pensiamo ci occorrerà. Non abbiamo nessuna intenzione per il momento di incitare o infuriare chicchessia”.

Faccio fatica a trovare le parole per scrivere in tempo di guerra, mentre le energie degli uomini sono lontane dai compiti più importanti, che sono quelli di risolvere gli enormi squilibri della insostenibilità ambientale e sociale.

Mi sento come un passeggero a bordo di una nave obbligato ad assistere ad una rissa per prenderne il comando mentre ha la certezza che la nave stia affondando, ma sono tutti troppo impegnati nella zuffa per preoccuparsi dello stato della nave.

Per questo credo che le nostre energie debbano essere dedicate a costruire qualcosa in grado di stare a galla da sé, quando ad esempio la borsa inizierà ad impazzire ed il prezzo del petrolio salirà alle stelle. Ed il problema, sia chiaro, non è per i “naufraghi dello sviluppo” che sanno come arrangiarsi senza la borsa e senza il petrolio; il problema è tutto nostro.

Per questo dobbiamo costruire scialuppe autogalleggianti, dobbiamo tessere forti legami e intrecciare reti di scambi locali; in una parola, dobbiamo rendere autosostenibili le nostre regioni. E allora voglio imparare a memoria come si cuoce il pane e come si piantano le patate, come si coltiva un bosco e come si ripara la bicicletta, come si costruiscono relazioni sul territorio e come si cattura l’energia del sole. Ma la cosa più difficile è sopportare il frastuono della guerra per poter iniziare subito a costruire zattere semplici e antiche come le montagne che possano traghettarci tutti insieme.

La cosa più importante che abbiamo dovuto piantarci duramente in testa fu che noi non contavamo, non eravamo importanti, non dovevamo considerarci e non dovevamo essere dei maestri: non dovevamo sentirci superiori a nessuno al mondo. Non siamo che sovracoperte di volumi, privi d’ogni altra importanza che non sia quella d’impedire alla polvere di seppellire i volumi”.

Una cara amica mi ha appena regalato “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono. E’ un libro corto e con molte figure, potrei iniziare da quello: “Perché, mi disse (e lo constatai), non s’era per nulla curato della guerra. Aveva continuato imperturbabilmente a piantare. Le querce del 1910 avevano adesso dieci anni ed erano più alte di me e di lui. Lo spettacolo era impressionante. Ero letteralmente ammutolito e, poiché lui non parlava, passammo l’intera giornata a passeggiare in silenzio per la sua foresta. Misurava, in tre tronconi, undici chilometri nella sua lunghezza massima. Se si teneva a mente che era tutto scaturito dalle mani e dall’anima di quell’uomo, senza mezzi tecnici, si comprendeva come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre alla distruzione”.