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In un articolo precedente ho affermato candidamente che l'economia del noi, pur con tutte le sue difficoltà, funziona molto meglio dell'economia dell'io in cui siamo stati allevati. Potrà sembrare una butade, ma ha una sua giustificazione teorica.

Andrea Saroldi in Manualetto di Benvivere

BeautifulMind 197

Se fate parte di un gruppo, vi consiglio di provare una sera a inscenare il dilemma del prigioniero, una situazione classica della teoria dei giochi creata appositamente per mostrare come la scelta razionale del singolo, se si pone come obiettivo unicamente il miglioramento della propria condizione, non porti necessariamente alla condizione migliore (trovate le istruzioni per preparare il gioco con il nome “Rosso o nero?” nel libro “L'economia giocata” di Matteo Morozzi e Antonella Valer, Edizioni EMI, ma ne esistono altre versioni disponibili anche sul web). Se siete educatori potete proporre il gioco al vostro gruppo dividendolo in due squadre, dove ogni squadra rappresenta un giocatore. Mia figlia lo ha sperimentato con il suo gruppo scout.

Non voglio entrare nella descrizione del gioco, ma il succo è che ogni singolo giocatore (impersonificato da una squadra) deve decidere a più riprese se collaborare o no con l'altro giocatore. Lo scopo del gioco è rendere massimo il risultato, rappresentato dal punteggio. Il gioco è congegnato in modo tale che se il giocatore si occupa solo del suo punteggio personale sarà portato a non collaborare; se invece si pone come obiettivo il punteggio complessivo di tutti i giocatori sarà portato a collaborare. Inoltre, nella situazione in cui tutti collaborano, ogni giocatore sta meglio rispetto alla situazione in cui nessuno collabora. Per questo motivo collaborare è una scelta razionale, ma implica la fiducia nel fatto che anche l'altro giocatori collabori. L'obiettivo dichiarato del gioco è volutamente ambiguo, parlando di rendere massimo il punteggio senza specificare se del singolo o totale.

Nel debriefing che si svolge alla fine del gioco per analizzare insieme quanto è successo si può notare chiaramente che se ogni giocatore segue il suo punteggio personale si arriva in una situazione di non collaborazione che è peggiore di quella in cui tutti collaborano, ed ognuno ne paga le conseguenze. Questa situazione è definita nella teoria dei giochi equilibrio di Nash, dal nome del logico John Nash che l'ha definito ancora studente. Si tratta della situazione che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni, in cui la ricerca da parte di ognuno del proprio solo tornaconto personale porta ad un dispendio enorme di risorse ed energie che potrebbero essere impiegate più utilmente a beneficio di tutti. E' come se ci muovessimo con un paraocchi che ci fa vedere solo i risultati delle nostre azioni che tornano utili direttamente a noi, e ci impedisce di vedere soluzioni che stanno un po' più in là in cui ognuno potrebbe stare molto meglio se cercasse di migliorare anche il benessere collettivo insieme a quello individuale.

Questa condizione di equilibrio di Nash, generata dalla ricerca di ogni attore unicamente del proprio interesse personale, è diversa dall'ottimo di Pareto, altro concetto della teoria dei giochi e dell'economia che descrive invece la situazione in cui tutte le risorse sono impiegate in modo utile. In sintesi, non è detto che l'equilibrio di Nash sia la soluzione migliore per tutti, ovvero che corrisponda all'ottimo di Pareto. Il teorema di Nash smonta l'assioma su cui si basa la teoria dell'economia neoclassica, ovvero che il perseguimento da parte di ogni attore economico unicamente del proprio interesse porti alla migliore allocazione delle risorse. Allo stesso tempo, conferma le fondamenta dell'economia solidale, in cui la ricerca da parte di ogni soggetto del maggiore livello possibile di benvivere per sé e per gli altri porta ad un utilizzo più efficiente delle risorse.

Come dice John Nash nel film “A beautiful mind”, che racconta la sua vita e la sua schizofrenia: "Adam Smith va rivisto... Adam Smith ha detto che il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo fa ciò che è meglio per sé. Giusto? E' questo che ha detto? E' incompleto, perché il miglior risultato si ottiene quando ogni componente del gruppo farà ciò che è meglio per sé e per il gruppo. Dinamiche dominanti signori, dinamiche dominanti, Adam Smith si sbagliava". Il problema sta proprio nel comportamento dominante, perché in una società in cui i comportamenti diffusi sono egoisti, anche se gli sprechi che ne derivano sono sotto gli occhi di tutti, diventa molto alto il costo per il singolo che voglia cambiare direzione e tdi conseguenza siamo tutti portati a ripiegare su di una situazione che può anche essere molto lontana dalla migliore. Si tratta quindi da una parte di promuovere situazioni ed ambiti in cui il comportamento collaborativo diventi premiante, e dall'altra operare perché questo modo di agire più efficiente diventi dominante.

Quali possibilità abbiamo quindi di abbandonare l'equilibrio di Nash per raggiungere l'ottimo di Pareto? Per fortuna, le persone non sono tutte e sempre sostanzialmente egoiste, diversamente non potremmo spiegare gli innumerevoli esempi di generosità che possiamo osservare di continuo.

L'economia sperimentale ci può aiutare a capirne un po' di più. In effetti, andando a verificare sperimentalmente il modo in cui le persone si comportano, si scopre come l'assunto di un comportamento egoista per tutti i soggetti sia sistematicamente rifiutato: molte azioni sono influenzate dal senso di giustizia e reciprocità, e tengono in considerazione anche gli interessi altrui.

Insomma, da una parte l'economia neoclassica ipotizza come assioma che l'essere umano sia un Homo Oeconomicus egoista e razionale. Per usare l'espressione di Karl Polany: "Un'economia di questo tipo deriva dall'aspettativa che gli esseri umani si comportino in modo tale da raggiungere un massimo guadagno monetario" ("La grande trasformazione", Einaudi, p. 88). Dall'altra, per fortuna, le persone si comportano in modo diverso: sia i comportamenti economici non sono determinati solo da scelte strumentalmente razionali ma anche da sentimenti, valori e ideali; sia gli obiettivi dell'agire non sono unicamente il proprio tornaconto personale.

Ci sono diversi esperimenti che dimostrano tutto questo, come ad esempio quello realizzato da Roberto Burlando e Francesco Guala (“Heterogeneous Agents in Public Goods Experiment”, Experimental Economics, 8:35–54, 2005) in cui risulta che una percentuale significativa di soggetti si comporta tendenzialmente in modo cooperativo, un altro gruppo tendenzialmente in modo individualista (i cosiddetti “free-riders”, sono quelli che trascinano la situazione complessiva verso l'equilibrio di Nash allontanandosi dall'ottimo di Pareto), mentre la maggior parte dei soggetti non ha una posizione definita a priori ma tende a reciprocare il comportamento dei membri del gruppo o segue il comportamento dominante.

Si tratta allora di capire in quali condizioni i comportamenti collaborativi possano diventare dominanti e favorire tali condizioni. Non è solo teoria, abbiamo già a disposizione esempi concreti da analizzare, ne parleremo nei prossimi articoli.