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Sarà anche perché vado poco al cinema, ma ho trovato "Il concerto" un film stupendo, nel senso dello stupore.

Andrea Saroldi in Manualetto di Benvivere

Concerto 150

Racconta la vicenda di un direttore d'orchestra russo, Andreï Filipov, e della sua orchestra deposti dal loro incarico perché sgraditi al regime di Brežnev. Si arrangiano come possono con lavori di fortuna, e lui finisce a fare le pulizie nel suo stesso teatro, il Bolshoi, dove ora suonano un direttore ed un'orchestra mediocri. Ventisette anni dopo arriva l'occasione del riscatto: Andreï intercetta un fax indirizzato all'orchestra del Bolshoi, e riesce incredibilmente a rimettere insieme la vecchia orchestra per tenere un concerto al teatro du Châtelet di Parigi, un po' come i Blues Brothers.

La scena finale, lunghissima, del concerto per violino e orchestra di Čajkovskij è una liberazione ed una rivincita degli orchestrali dalla goffaggine che li ha accompagnati per tutto il film. L'ho seguita con la bocca, le orecchie e gli occhi spalancati, e non bastano il viso incantevole della violinista Anne-Marie Jacquet o l'armonia tra i personaggi creata dalla musica a spiegare questa commozione, ci deve essere dell'altro.

Durante l'adolescenza, quando mi sentivo impacciato e inadeguato, mi consolavo pensando all'albatro di Baudelaire, principe delle nuvole che non teme l'arciere ma diventa ridicolo quando costretto al suolo perché le sue stesse ali gli impediscono di camminare. Può diventare facilmente una scusa per non fare niente per cambiare; ma nel film non c'è solo questa dimensione di riscatto personale, c'è qualcosa in più.

Andreï è stato rimosso dall'incarico perché ha rifiutato di separarsi dai suoi orchestrali ebrei e gitani. Anche se perseguitati, non hanno mai smesso di coltivare come potevano la loro passione per la musica. Lui ha diretto mentalmente il concerto di Čajkovskij migliaia di volte, ha conservato di nascosto articoli e dischi della nuova stella del violino, ed era quindi pronto sia ad intercettare il fax che a dirigere il concerto che cambierà la loro vita.

Questo ha fatto vibrare una corda ancora più profonda: la capacità di una comunità di resistere sotto il regime senza abbandonare ma anzi coltivando la propria arte in mezzo al fango, un po' come gli uomini libro di Fahrenheit 451.

Questo mi riguarda, porta ad identificarmi in uno degli orchestrali che cerca con fatica e di nascosto di coltivare nella vita di tutti i giorni, insieme ai suoi amici, oltre al dissenso per il regime anche il germe di un riscatto che non può essere solo personale. Dà forza alle nostre piccole azioni di tutti i giorni, ai nostri errori, alle nostre difficoltà di esprimerci, alla fatica di realizzare e sostenere imprese e filiere, ai tentativi di costruire il capitale delle relazioni nei gruppi e nelle reti. Anche di questa dimensione di riscatto collettivo proverà ad occuparsi questa rubrica, e di come organizzarlo, come racconta un altro film che vi consiglio: "L'esplosivo piano di Bazil".