In corso i lavori a porte chiuse del post-Busan interim Group per la creazione di un Partenariato Globale per monitorare l'efficacia della cooperazione allo sviluppo, che vedrà riuniti Nord e Sud del mondo, nuovi donatori e società civile sotto l’influenza crescente delle Nazioni Unite. A Parigi a fine giugno l’incontro finale.
di Farida Bena*
Chi lavora nel settore della cooperazione internazionale lo sa bene. Di questi tempi non è facile ricordare all’opinione pubblica che i paesi in via di sviluppo hanno bisogno del nostro aiuto, ancora e più che mai. La maggior parte delle persone e delle istituzioni a cui chiediamo sostegno ci risponde che in questo momento la priorità è uscire dalla crisi, ripartire con la crescita economica e poi, quando le circostanze lo permetteranno, dedicarsi ai paesi più bisognosi.
Eppure non stiamo parlando di cifre enormi, almeno non per gli stati donatori. Basterebbe che i paesi industrializzati mantenessero una promessa fatta oltre 40 anni fa alle Nazioni Unite: e cioè che ognuno di loro avrebbe destinato lo 0,7% del proprio PIL alla cooperazione allo sviluppo. Una percentuale che, tradotta in cifre assolute, quasi scompare di fronte agli oltre 18mila miliardi di dollari spesi da questi stessi paesi per salvare le loro banche negli ultimi quattro anni. Ma tant’è, di anno in anno la promessa è stata rimandata fino alla scadenza del 2015, quando molto probabilmente e ancora una volta non verrà mantenuta. Per la cronaca, l’Italia è ferma allo 0,19% -- dato che peraltro, secondo le prime analisi delle ONG, sarebbe gonfiato.
Ma l’aiuto ai paesi più poveri non è solo una questione di quantità. Occorre anche vedere di che tipo di aiuto stiamo parlando, se raggiunge effettivamente le popolazioni più bisognose, se il modo in cui i finanziamenti vengono erogati è efficace e trasparente così da garantire aiuti alimentari tempestivi, cure mediche adeguate, un’istruzione di qualità. A oggi si stima invece che una scarsa qualità dell’aiuto può portare fino a una perdita del 30% del suo valore originario. Come dire che per ogni euro donato dall’Italia al Sudan o allo Yemen, 30 centesimi rischiano di perdersi per strada per mancanza di una pianificazione coerente o di coordinamento con gli altri paesi donatori o altre cause analogamente evitabili.
L’efficacia dell’aiuto è diventata un tema cruciale della cooperazione nell’ultimo decennio, soprattutto alla luce dei recenti tagli alle risorse messe in campo dai tradizionali paesi donatori. Dal 2003 questi donatori, i paesi in via di sviluppo e la società civile hanno fatto passi importanti per concordare princìpi e criteri di qualità in una serie di accordi chiave siglati a Roma, Parigi ed Accra. Lo scorso novembre il quarto Foro sull’Efficacia dell’Aiuto, tenutosi a Busan (Corea del Sud), ha finalmente visto l’entrata in campo anche delle economie emergenti come Cina, India, e Brasile. Novità positiva, che però rischia di far segnare non pochi passi indietro dal momento che questi nuovi donatori non si riconoscono nella cooperazione allo sviluppo tradizionalmente intesa e ritengono che i loro interventi nel Sud del mondo – noti anche come cooperazione Sud-Sud – debbano rimanere fondamentalmente esenti da qualsiasi controllo di qualità, almeno allo stato attuale.
Il fragile accordo raggiunto a Busan sta per essere ultimato attraverso una serie di negoziati coordinati dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Sul tavolo del Post-Busan Interim Group, o PBIG per gli addetti ai lavori, restano da dipanare due questioni essenziali per il futuro degli aiuti ai paesi più poveri: la prima è la costituzione e funzione del nuovo Partenariato Globale per un’efficace cooperazione allo sviluppo, che sarà il principale organo competente in materia e vedrà riuniti Nord e Sud del mondo, nuovi donatori e società civile sotto l’influenza crescente delle Nazioni Unite. La seconda è la creazione di un sistema affidabile di monitoraggio globale dell’efficacia degli aiuti stanziati. Perché alla fine della fiera, per migliorare davvero la qualità degli aiuti i princìpi non bastano, ma occorre una verifica puntuale con dati accurati alla mano e un metodo di valutazione condiviso. Resta da vedere se l’incontro conclusivo che si terrà a Parigi a fine giugno soddisferà le aspettative delle ONG e dei paesi più bisognosi o se invece trasformerà anni di progressi in una bolla di sapone. A risentirci a luglio!
*esperta di cooperazione allo sviluppo, aiuti umanitari e campagne sociali. Ha collaborato con svariate ONG e organizzazioni internazionali in Africa, Asia, Europa e Stati Uniti. Scrive per VPS a titolo personale. @faridabena
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