Land grabbing in Tanzania: business as usual

grabbingLa Tanzania è diventata una delle mete preferite da imprese multinazionali e fondi di investimento che vogliano comprare e affittare grandi proprietà fondiarie in Africa. Un fenomeno, quello del land grabbing, che vede sempre più persone espropriate della terra in nome della tendenza speculativa della finanza e del boom degli agrocarburanti. Con un aumento vertiginoso dei prezzi del cibo sul mercato mondiale.
di Elisa Greco


In Tanzania, solo negli ultimi sei anni, circa 40 compagnie straniere hanno affittato o comprato grandi proprietà terriere, dai 2.500 ettari in su. Sulle quali hanno impiantato produzioni di jatropha e canna da zucchero da trasformare in componenti per biodiesel.
Gli espropri di terra nei confronti degli abitanti locali che seguono queste operazioni commerciali, non sono certo una novità nel paese africano, ma piuttosto una conferma della situazione neocoloniale ancora in atto. Che vede oggi imprenditori e politici sostenere a gran voce che i terreni espropriati sono in realtà zone inutilizzate. Stereotipo, questo, tipico della Tanzania e di altri paesi africani, duro a morire e strumentale all’accaparramento di terre da parte di realtà straniere.

L’immagine dell’Africa Orientale come terra vergine, inabitata e inutilizzata, che ebbe origine sotto il dominio coloniale tedesco (1895 -1914), fu utilizzata da sempre come escamotage per effettuare espropri e concentrazioni di terra. Tendenza che con il mandato britannico degli anni ’40 e ’50, venne addirittura intensificata. Successivamente il nascente movimento nazionalista, guidato da Julius Kambarage Nyerere, padre politico della Tanzania indipendente, fece della conservazione della terra per i contadini un punto centrale della lotta per l’indipendenza (1961), che successivamente si concretizzo attraverso l’abolizione della proprietà privata della terra. Purtroppo però non vennero smantellate e ridistribuite le grandi piantagioni, ma semplicemente statalizzate. Permettendo al processo di privatizzazione in atto negli ultimi vent’anni di ristabilire le grosse proprietà fondiarie private.

La cause célèbre, soprannominata al tempo Loliondogate (anno 1993), fu la concessione integrale della Riserva di caccia pubblica di Loliondo, gestita dal Ministero del turismo, a un magnate degli Emirati Arabi Uniti, che si scoprì data in affitto per 99 anni. E che nel corso degli anni continua a far registrare sfratti terrieri a danno delle popolazioni locali. O ancora l’operato dell’impresa statunitense AgriSol Energy  che attraverso una manipolazione a proprio vantaggio della critica condizione dei rifugiati burundesi in Tanzania a Kigoma e a Rukwa, sta cercando di espropriare della terra circa 162.000 persone, con l’aquisto di 325.000 ettari.
Casi questi, come molti altri, conseguenza della politica di incoraggiamento ai flussi di investimento stranieri diretti, adottata dalla Tanzania su pressione delle istituzioni finanziarie internazionali. A imprese come queste, l’attuale governo Kikwete garantisce lo “Strategic Investor Status”, una garanzia di sgravi fiscali e incentivi diretti. Mentre le attuali direttive in merito di politica agraria non offrono nessuna misura di protezione contro l’esproprio a danno dei piccoli produttori.

Di fatto, le imprese multinazionali e i fondi finanziari possono trasformare intere regioni da aree di piccola produzione in estese monocolture nel giro di pochi mesi. Centinaia di produttori rurali già emarginati e impoveriti dal mercato globale vengono ora espropriati della risorsa ultima – la terra – laddove non c’è settore industriale e l’unica alternativa alla piccola produzione è il piccolo commercio ambulante e al dettaglio. Ma visto che molti ancora minimizzano la portata reale dell’ondata di acquisti fondiari criticando la veridicità dei dati disponibili, l’International land coalition ha dato il via a un monitoraggio costante e completo delle transazioni commerciali di terra nei paesi poveri, che sarà pubblicato a inizio 2012.

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